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chiacchiere tra amiche

Scrivere libri con l’AI (e altri giochi distopici)

Quest’estate dei miei amici si sono fatti scrivere un libro dall’intelligenza artificiale. Ho deciso di leggerlo. Ecco cosa ho scoperto.

Quando vuole proteggersi da accuse di fobia verso una data categoria umana è pratica comune dell’essere umano quella di giustificarsi con – ma io non sono … ho tantissimi amici …! Recentemente sono stato accusato da una persona di essere reazionario e ottuso circa l’utilità dell’intelligenza artificiale e in un moto di auto-difesa mi sono trovato a dire – Ma io non sono contro la tecnologia, ho un amico ingegnere informatico!

Quest’estate due miei amici – tra cui il sopracitato ingegnere informatico – hanno chiesto alla versione più aggiornata di Chat GPT di scrivere loro un romanzo. La mia prima reazione è stata una profonda indignazione. Ho imbastito discorsi su quanto un gesto del genere mancasse di rispetto verso la sacra arte della letteratura, ho parlato del progetto “Panama” di Anthropic e dei milioni di libri (si stima tra i 500.000 e i due milioni) che l’azienda ha recentemente scannerizzato e demolito, usandone il contenuto per allenare Claude, la propria intelligenza artificiale. Ho detto che il nostro compito (nostro di chi?) è respingere questa ondata di tecnocrati che vogliono usare quello che sappiamo fare, che per millenni abbiamo creato e prodotto, per i loro luridi scopi.

Non rimangio nessuna delle cose che ho detto. Non serve essere ingegneri informatici o Sam Altman o non so chi altro per avere opinioni su una tecnologia – e qui mi riferisco nella fattispecie all’intelligenza artificiale generativa – che sta contribuendo e contribuirà esponenzialmente al nostro instupidimento, al nostro impoverimento culturale. Sono anche, però, una persona curiosa. E se c’è una cosa che i miei amici mi hanno fatto capire – provocandomi – è che nutrivo un certo desiderio di leggere quello che l’AI aveva scritto per loro.

La trama – un giallo cyberpunk che vede un prete sudamericano collaborare con una giovane hacker giapponese per risolvere una serie di omicidi a Tokyo – origina per metà da prompt che i miei amici hanno fornito all’AI e per metà da proposte dell’AI stessa. Per il resto, ha fatto tutto lei (o lui, non ho ancora capito il genere). La trama, comunque, conta molto poco. Perché se da un lato è stato sorprendente vedere quanto, in quasi completa autonomia, Chat GPT sia stata in grado di costruire un intero romanzo di circa duecento pagine e la sua architettura narrativa in circa mezz’ora, da un altro mi vien da dire che non ci sia nulla di speciale in questo. La struttura narrativa seguiva lo scheletro in tre atti proprio di molte storie, uno scheletro che è il risultato di tutta la narrazione che è stata data in pasto all’AI per imparare a raccontare. Le strutture narrative sono una cosa che noi assorbiamo praticamente da quando siamo infanti, quindi non trovo così scioccante che ci sia arrivato pure un robot. E il fatto che ci abbia messo “solo mezz’ora” non mi galvanizza. Anzi, mi fa lo stesso ribrezzo di quando un uomo è eccitato e tu non hai voglia di scopare e ti chiede di fargli una “sveltina” – come se fare tutto in fretta e furia schiacciati in un bagno angusto durante una serata qualsiasi in cui tu non hai voglia ma lui sì potesse mai essere più bello di godere per una notte intera, insieme. Ma so purtroppo per esperienza che ci sono persone in questo mondo eccitate da tutto ciò che è squallido, veloce e fatto male.

C’è chi dice che l’unico modo per conoscere il male sia attraversarlo. Secondo me è una visione un po’ troppo masochistica del mondo. Ma leggere alcuni capitoli di questo libro, ha senza dubbio lenito alcune delle angosce che mi portavo appresso. Tengo alto il baluardo della scrittura umana ma ci sono circostanze in cui ti è chiesto di spiegare il perché, di andare a fondo delle tue convinzioni, rianimarle quando vengono messe in crisi dall’ennesima rivoluzione tecnologica spacciata come inevitabile da un manipolo di miliardari. Mentre leggevo il giallo cyberpunk mi sono chiesto che cosa mi leghi così profondamente alla scrittura, alla letteratura, all’arte, fuori da ogni retorica elitaria e perbenista e dalle solite frasi dette. La verità che ho compreso – banale, ma per me fondamentale – è che non c’è assolutamente nulla di interessante (forse al di fuori di un vago, momentaneo senso di curiosità scientifica) nel leggere una storia scritta da un robot. Leggiamo perché dietro le cose che leggiamo ci sono persone che, come noi, vivono o hanno vissuto nel mondo. Vivono o hanno vissuto esperienze, sensazioni, avvenimenti che hanno deciso di raccontare per rinforzare, ampliare la nostra umanità condivisa. E anche se quello che leggiamo non tocca temi esistenziali, anche se quello che leggiamo è godibile proprio perché leggero, fondato sulla trama o su un crimine da risolvere, a edificarne la struttura c’è sempre una persona. Un ingegno vivente, desiderante, senziente, che spende tempo, energia, intelletto per intrattenerci e rendere la nostra vita più vivibile.

Nel suo celebre saggio Sullo Stile Susan Sontag ci ricorda che: «L’arte non si limita a parlare di qualcosa; è qualcosa». In un certo senso parlare di un libro unicamente sulla base della sua trama e di ciò “che racconta” sarebbe altrettanto superficiale quanto considerare la qualità di un ristorante unicamente sulla base dell’offerta del menù invece che sulla qualità del cibo. Sontag ci ricorda che a fare di un’opera d’arte un’opera d’arte concorre una forza invisibile e complessa, propria del respiro stesso dell’individuo che l’ha creata – spesso definita stile – che la caratterizza rendendola una cosa nel mondo. Similmente a come noi siamo definiti sulla base di estro, personalità, carattere oltre che da, chessò, quello che indossiamo. «Nell’arte il “contenuto” è, per così dire, il pretesto, il pungolo, l’esca che coinvolge la coscienza in processi di trasformazione». Un’opera d’arte è «un’esperienza delle qualità o delle forme della coscienza umana» e l’arte più grande «sembra una secrezione, non una costruzione». Una secrezione di noi, di ciò che ci spaventa e ci diverte, di ciò che ci tocca o ci commuove, una traccia visibile di come funzionano il nostro cuore, la nostra mente. Ecco che davanti a questa consapevolezza rinnovata, leggendo un libro la cui qualità di trama era paragonabile a un generico giallo da Autogrill e la cui qualità stilistico-autoriale inesistente – ho provato un senso di pace.

Viviamo in un mondo in cui il lavoro degli artisti è sempre più screditato e svilito. Si parla di come già adesso, ad esempio, scrittori e scrittrici siano costretti a campare allenando l’AI con le proprie competenze – competenze che l’AI vuole rubargli. Di come uno degli ultimi aggiornamenti di Chat GPT possa – se gli diamo il permesso – accedere alle nostre mail, i nostri post social per imparare a scrivere come noi così da rendere più veloci e autentiche le risposte che genererà al posto nostro quando saremo troppo pigri per rispondere con una mail di tre righe a qualcuno. In questo panorama distopico cercheremo giorno dopo giorno di salvare il salvabile, di proteggere il cuore delle cose – che è il motivo (il fatto che abbiano un cuore) per cui le storie da sempre ci salvano. Ogni giorno di più l’AI assorbirà sapere che le permetterà di diventare più brava a fare tutto, compreso scrivere. Nella speranza che questo kraken onnivoro venga regolamentato e utilizzato solo per cose a cui può veramente contribuire – dato che credo che in altri ambiti un’utilità ce l’abbia – mi rendo conto che più andremo avanti più ogni testo, riga, parola verrà messa al vaglio. In Blade Runner lo slogan della Tyrell Corporation è più umano dell’umano, lo dicono riferendosi ai loro replicanti robot. L’hai scritto tu? O l’hai fatto scrivere a “Chat”? Ho sentito questa frase già così tante volte in giro. Ecco, l’arte in ogni sua forma dovrà essere sempre più personale, eccentrica, umana per smarcarsi da questa trappola artificiale – solo così in quanto lettori, spettatori sentiremo che varrà la pena di usufruirne. Io almeno ho bisogno di crederci. E se mi sbaglio, a consolarmi è la consapevolezza che tanto la gente ormai non legge più. E che i libri di Chat GPT concorreranno in un mercato terribilmente in crisi.

Più secrezioni, meno costruzioni.

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