Autore: blu silla

  • Come sopravvivere alla fine del mondo

    Come sopravvivere alla fine del mondo

    Final Destination è un film horror del 2000 in cui un giovane ragazzo, dotato di abilità soprannaturali, è in grado di prevedere i disastri prima che accadano. Inizia tutto quando deve partire per una gita scolastica con la sua classe del liceo. Prima di prendere l’aereo è tormentato da una sensazione sinistra – indizi, dei più disparati, che lui percepisce come presagi di una catastrofe, lo portano a dedurre, poco prima del decollo, che l’aereo su cui si trovano esploderà. Oltre a indurre nello spettatore un’angoscia lancinante per i voli aerei, Final Destination è – per chi di noi vede il mondo attraverso un filtro che potremmo definire magico – un ottimo esempio di cosa succede quando, osservandola nel suo caos, la vita sembra mostrarci tra le proprie crepe un ordine apparente, un disegno più ampio. È anche l’esempio di un brutto film su una persona troppo paranoica, ma questo è un altro discorso.

    Viviamo in tempi difficili. Forse si tratta di un’affermazione ridondante, ormai vuota di significato. Ma se ci penso, non c’è modo più chiaro per dirlo. Viviamo in tempi difficili. Non è la prima volta, qui, che esprimo il senso di spaesamento, paura, incertezza che provo quotidianamente davanti al dispiegarsi delle cose – sembra che ogni giorno debba comparire una nuova minaccia terribile, un nuovo super-cattivo la cui sola esistenza sarà sufficiente a paralizzarci tutti, a farci sprofondare in uno stato di ulteriore impotenza di fronte alle immagini e alle cose che vediamo e che ci infestano gli occhi, la mente, il cuore. Il nostro senso di futuro sembra ridursi quotidianamente. Che claustrofobia.

    Sono consapevole che questo sentimento angosciato sia – in gran parte – una precisa strategia di potere. Un modo di amministrare le masse che, a partire dai media e dai social, educa la collettività a uno stato di passività rispetto alle brutture del mondo. Nel saggio Nella grotta di Platone, Susan Sontag parla di una certa «consuetudine con l’atrocità» che abbiamo sviluppato attraverso la nostra sovra-esposizione alle immagini della violenza. John Berger in Fotografie d’agonia – in merito agli scatti che arrivavano dalla guerra in Vietnam – diceva «Queste foto ci paralizzano. L’aggettivo che meglio le definisce è raggelanti».

    Mi piacerebbe scrivere cose che ci mettano unicamente di buon umore. Prendere in giro i miliardari del Met Gala o recensire Il Diavolo veste Prada 2 con un senso di nostalgia consolatoria. Ma la verità è che anche Il Diavolo veste Prada 2 è, per la maggior parte, una critica – pop, ma pur sempre una critica – alla morte dell’editoria a cui stiamo assistendo oggigiorno. Sembra che per chi racconta storie sia impossibile, ormai, non parlare delle cose che finiscono. Qualche giorno fa sono uscito con un amico. Una delle prime cose che mi ha mostrato erano le fotografie che aveva scattato quella mattina degli scaffali svuotati della libreria Hoepli di Milano. Dal 1870 baluardo di cultura editoriale, ora una specie di magazzino dismesso che presto diventerà qualcos’altro. Quella sera avevo un terribile bisogno di un film che mi consolasse e mi facesse sentire al sicuro. Ho riguardato per la duecentesima volta C’è posta per te (il film del 1998 di Nora Ephron, non la trasmissione di Maria de Filippi). Ma anche lì riuscivo a concentrarmi solo sul senso di catastrofe. La piccola libreria per bambini di Meg Ryan che viene mandata in bancarotta dal megastore Fox Books di Tom Hanks. Che claustrofobia.

    Non so se un tempo le informazioni sembrassero più nettamente separate tra loro. Se ci fosse un margine di distinzione tra la fine di una cosa e l’inizio di un’altra. Quello che so è che oggi la fine del mondo sembra riguardare potenzialmente tutto, e il passaggio tra un pensiero e un altro è indistinto e caotico. Non facciamo a tempo a temere che saranno una nuova guerra o un nuovo virus a porre fine alla civiltà come la conosciamo, che la distruzione ambientale ulteriormente acuita dai data center per l’intelligenza artificiale diventa il centro delle nostre preoccupazioni. Non facciamo a tempo a ingerire l’ultima pastiglia di vitamina C per tenere lontana l’influenza invernale che già parliamo dei morti per caldo a maggio. Anche adesso, mentre cerco di unire pensieri disordinati attraverso il linguaggio, una stupida icona a forma di stellina cattura il mio occhio – è un assistente virtuale, un’AI che vuole rendere il mio processo di scrittura più facile. Apro un altro tab. Digito come rimuovere l’assistente AI dal mio blog e mi viene fornita una risposta dettagliata – generata dall’intelligenza artificiale di Google. Non c’è via di scampo.

    È questo, almeno, che sembra ci venga detto ogni giorno – che non c’è via di scampo. In una scena della quinta stagione di Hacks, una serie divertentissima che consiglio a tutti di recuperare, c’è uno splendido dibattito tra una delle protagoniste – una scrittrice trentenne – e un imprenditore che vuole convincerla a cedere alle comodità dell’intelligenza artificiale. Le dice «l’AI è qui, non puoi farci niente», e lei risponde «Questo è parte del motivo per cui la odio. Questa forzata inevitabilità. Le persone come te continuano a dire che sta succedendo, che ti piaccia o meno ma sono le persone come te che stanno facendo sì che succeda. E potreste fermarla se lasciaste dire alle persone che non la vogliono, ma non volete dare alcuna scelta alle persone. […] Perché dovremmo credere che quest’app sia questa cosa pazzesca che cambierà il mondo? Ovviamente tu vuoi che crediamo sia così perché ne trai un profitto e quindi è ovvio che ci dirai che sta succedendo e che è inevitabile».

    Nel titolo di questo articolo c’è un come, il che porta ad aspettarsi che io sia qui per fornire un manuale pratico per sopravvivere a tutto questo. Non sono riuscito a stilare un manuale pratico. Ma ci ho pensato a lungo. E ho capito una cosa. Per la gran parte della mia vita il più alto livello di consolazione me l’hanno dato le storie. E anche qui, in queste righe, non ho fatto altro – più o meno consapevolmente – che riferirmi a libri, film, serie per trovare un correlativo, o un luogo di riflessione, per quello che mi agita profondamente. In un tempo catastrofico come il nostro credo genuinamente che raccontare sia un potentissimo antidoto. Un antidoto ormai per nulla scontato, dato che tentano di togliercelo con forza ogni giorno. I totalitarismi che deviano e controllano i canali di informazioni, le big-tech che possiedono i giornali, gli assistenti virtuali che tanto ostinatamente provano a sottrarre la scrittura a chi scrive dicendo che vogliono rendere la nostra vita più semplice, le librerie e le case editrici che chiudono, i social media che riducono minuto per minuto la nostra capacità di leggere e concentrarci su una sola cosa alla volta. Il diritto a raccontare – e la voglia di leggere – non sono affatto scontati in un mondo che ci viene detto stia finendo.

    Quella forzata inevitabilità di cui parla la protagonista di Hacks è proprio il sedativo che ci viene iniettato per renderci passivi all’apparente distruzione. Per farci credere che non ci sia via di scampo. Ma io mi accorgo che, anche solo scrivendo queste righe, condividendo – blocco per blocco, frase per frase – il mio pensiero con voi, aprendo un dialogo invisibile con chi di voi desidererà leggere, mi sento già un po’ meglio.

    Se nemmeno Il Diavolo veste Prada è in grado di sottrarsi dalla catastrofe, allora forse non c’è alcun motivo per tentare in tutto e per tutto di sedarci, di sottrarci. Forse quello che possiamo – dobbiamo – fare è stare nella catastrofe. E continuare a raccontarla. In fondo, come specie facciamo piuttosto schifo in tutto ma raccontare è sempre stata – da quei mammut dipinti sulle grotte – una delle nostre più grandi capacità. È un gioco a cui stiamo giocando da millenni, e non c’è AI che possa superarci. Siamo troppo bravi.

    Nel 1815 il monte Tambora – un vulcano in Indonesia – eruttò. Si tratta, ancora adesso, della più potente eruzione vulcanica mai registrata. Nei mesi successivi le temperature globali diminuirono drasticamente per via della cenere della colonna eruttiva che si sparse nell’aria, e il 1816 passò alla storia come l’anno senza estate. Fu un periodo disastroso per i raccolti e si dice che il cielo fosse diventato rosso, come prima dell’Apocalisse. In molti erano convinti di star assistendo alla fine del mondo. Fu proprio quest’atmosfera a influenzare alcuni dei più bei dipinti di William Turner e, forse ancora più notevolmente, Frankenstein di Mary Shelley.

    La verità è che la storia è ciclica, il tempo una banda elastica, e se guardiamo indietro possiamo sempre trovare strumenti per sopravvivere, anche di fronte alle peggiori catastrofi. Nel 1818 Shelley pubblicò Frankestein lasciandosi riempire dalle angosce del suo tempo – quelle personali, così come quelle collettive, che aveva scorto nel cielo rosso. Sono certo che anche noi, continuando a raccontare e a raccontarci, saremo in grado di trovare comune conforto – di più, antidoti, strategie, pensiero, rivolta – di fronte alle nostre catastrofi. E, se così non fosse, avremo almeno qualcosa da dirci, mentre tutto si distrugge e si trasforma di nuovo.

    cose citate

    Final Destination, dir. James Wan

    John Berger, Sul guardare, Il Saggiatore

    Susan Sontag, Sulla fotografia, Einaudi

    C’è posta per te, dir. Nora Ephron

    Hacks, stagione 5 ep. 6, dir. Jen Statsky

    Il diavolo veste Prada 2, dir. David Frankel

    Mary Shelley, Frankenstein

    immagine di copertina: James Hutton, Waiting for the World to End

    Come sopravvivere alla fine del mondo

    Ci stanno forzando a credere che la fine del mondo sia inevitabile. Io ci ho pensato, e ho capito come riusciremo a sopravvivere. O quantomeno a stare un po’ meglio.

    Le bugie hanno le gambe corte

    C’è stato un tempo nelle nostre vite in cui sembrava che dire le bugie fosse la cosa peggiore del mondo. E poi da grande impari che mentire è il contrario di un peccato. Scopri che quando menti, se tutto va come deve andare, governi un paese.

    Quattro matrimoni e

    Sono entrato in quella fase della vita in cui i sogni sconfinati iniziano a incontrare il desiderio – altrettanto ingombrante – di avere una vita ordinaria. Sono terrorizzato.

  • Le bugie hanno le gambe corte

    Le bugie hanno le gambe corte

    Non ho mai capito i modi di dire. Ancora adesso faccio fatica a comprendere quella storia della gatta, del lardo e dello zampino. Nonostante mi sia stata spiegata più volte da amici illuminati e pazienti. Quando da piccolo mi dicevano che le bugie hanno le gambe corte immaginavo Pinocchio, col naso lungo e le gambe mozzate, che cerca di correre via ma che non ci riesce perché non ha i piedi. Il fatto che pensassi a Pinocchio, almeno, dimostra che il mio cervello avesse già compiuto quella sovrapposizione morale che legava il mentire a qualcosa di brutto – quanto meno a qualcosa che ti modificava il corpo. Ho il naso piuttosto grande, ho preso dalla famiglia di mio padre. Quindi ho sempre pensato che fosse meglio non mentire. Ne facevo una questione principalmente estetica, ma l’importante è imparare la lezione.

    C’è stato un tempo nelle nostre vite in cui sembrava che dire le bugie fosse la cosa peggiore del mondo. Nessun bugiardo la faceva franca nelle storie. Se provavi a mentire venivi scoperto e finivi, come minimo, inseguita da tuo marito che provava a ucciderti. O, dopo lunghe peregrinazioni, nello stomaco di un pescecane (o di una balena, nella versione Disney). E poi da grande impari che mentire è il contrario di un peccato. Scopri che quando menti, se tutto va come deve andare, governi un paese. E il naso ti resta più o meno proporzionato al viso. Il viso resta brutto, ma almeno il naso non si deforma. E poi se sei al governo di un paese ti puoi permettere la chirurgia plastica, i trapianti di capelli, le lampade. Insomma, chissene frega se il naso ti si ingrossa un po’.

    L’altro giorno hanno provato a sparare, di nuovo, al presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump – come ama firmarsi, tutto in maiuscolo, nei suoi deliranti post su Truth Social, il suo adorato social network su cui, nomen omen, si dice solo la verità, nient’altro che la verità. Non scrivo su un blog di complotti e – come quella volta che ho commentato un articolo di Vogue che parlava di donne etero – non mi interessa sputare sentenze, ma lasciare la libertà, a chi legge, di pensare assieme a me. Non è mio interesse parlare dell’improbabilità che a un gala così sorvegliato, in cui i presenti vengono sottoposti a controlli di sicurezza che assomigliano a quelli di un film di Mission: Impossible, qualcuno sia riuscito a entrare con delle armi. O del fatto che questo sia lo stesso uomo che ha iniziato una guerra solo per distogliere l’attenzione pubblica da dei file che avrebbero potuto incriminare lui e la stragrande maggioranza delle persone che al momento decidono le sorti del mondo; o che, in una recente intervista con la CNN ha negato di essere uno stupratore nonostante sia stato accusato di violenza sessuale da almeno ventotto donne e che sia stato sottoposto a innumerevoli processi negli anni – ah, e ci ricordiamo della prima volta che gli hanno sparato, no? Quando, nel pieno della tragedia, erano riusciti addirittura a far calare una bandiera americana dietro di lui e a scattargli una fotografia trionfale in cui – pugno alzato e orecchio sanguinante – dimostrava al mondo intero la sua forza, la sua tenacia, nonostante tutto.

    Ogni giorno, sui social network – la verità, nient’altro che la verità – faccio lo slalom in un algoritmo che alterna video di ricette che spiegano il segreto nascosto per preparare il tofu, bombardamenti e meme divertentissimi su la giornata tipo per le persone dell’Ariete. In questo marasma dissonante – che, come ho già scritto in un altro articolo, riproduce il medesimo marasma dissonante del mondo fuori dai nostri schermi – una cosa mi diventa sempre più chiara. L’impossibilità che provo a credere a qualcosa. Non intendo credere nel senso politico, militante, utopico del perorare una causa, ma credere nel senso di pensare che quello che guardo sia vero. Ad esempio, una celebre cuoca di Instagram ha detto che bollendo il tofu in acqua salata prima di cucinarlo questo prende molto più sapore, ma io ci ho provato, e non cambiava nulla. La colpa è mia o è lei che mi ha mentito? Davvero, sembra uno di quei thriller in cui non puoi fidarti di nessuno.

    Quando i populisti del mondo hanno iniziato a diffondere il concetto di fake news, l’hanno fatto – la verità, nient’altro che la verità – compiendo una specie di triplo carpiato che anche il Cirque du Soleil gli ha invidiato. Cosa c’è di più strategico – e squisitamente populista – che definire false notizie le notizie vere e così – per un’automatica deduzione – implicare che le proprie notizie siano vere? Il concetto di fake news è stato messo in circolo dalle stesse persone responsabili dello spargimento di fake news. Mai altra equazione è stata in grado di riassumere il nostro tempo così lucidamente.

    È chiaro che, in un mondo in cui le bugie sono verità e le verità vengono tacciate di essere bugie, niente valga più e tutto sia il contrario di tutto. Lo so – niente di nuovo sul fronte occidentale. Io non riesco, però, a non rimanere perennemente – esponenzialmente – scioccato da quanta menzogna siamo in grado di digerire. Quando troppo sarà troppo?

    Sento quotidianamente persone credere in modo cieco ai propri leader, anche quando questi e queste danno loro – ogni giorno di più – prova della loro radicale inaffidabilità, della loro crudeltà, della loro corruzione. Di quanto non gliene freghi assolutamente nulla di nessuno se non se stessi e se stesse, degli interessi della loro cricca, del loro club di miliardari, supremi leader dell’intelligenza artificiale, padroni della guerra.

    Fedro racconta che un giorno Prometeo – quello che ci donò il fuoco per liberarci, e che fu punito per averci liberato – plasmò, da un blocco di argilla, una statua dalle sembianze umane che chiamò Verità. Verità aveva il compito di riportare giustizia tra le persone. Dolo, apprendista di Prometeo, creò una replica di Verità (copiandola) ma, in assenza dell’argilla sufficiente, questa venne senza piedi. Quando Prometeo donò ad ambo le statue il soffio vitale, Verità iniziò a incamminarsi per il mondo mentre la seconda – che verrà battezzata Mendacium, cioè menzogna – non riuscì a muoversi. Le bugie, impariamo, non hanno piedi. E quindi, non possono andare lontano.

    Forse tutte le Verità del mondo sono andate così lontano che non sono più con noi. Hanno camminato in lungo e in largo, hanno peregrinato per tutto il cosmo alla ricerca di segreti sconosciuti e stanno per tornare qui. Da noi che siamo rimasti con tanti Mendacium senza piedi. Tra poco le Verità torneranno, portando con sé tutto quello che hanno scoperto nei mondi lontani. Pronte a raddrizzarci, a ripulire un po’ di questo sporco. Un principio esoterico teorizza che l’equilibrio di tutte le cose sia a volte caratterizzato da vertiginose oscillazioni da un lato, a cui seguiranno – per controbilanciare – oscillazioni dall’altro. Voglio credere che stiamo per oscillare da un’altra parte. Che tutto questo buio porterà a qualcosa. Non so se ci credo veramente. Ma devo credere a qualcosa. In fondo, dovrà pur esistere un modo per cucinare veramente bene il tofu.

    La velocità del mondo

    Nel mondo in cui viviamo rallentare è come mettersi a dieta dopo Capodanno. Una promessa che ti fai, un mantra periodico che esiste per essere infranto. Ma io ci ho dovuto provare. È tutto cominciato con un sogno.

    Who’s afraid of writers?

    Nelle ultime settimane sono successe due cose importantissime di cui voglio raccontarvi. La prima è che ho letto ‘Mother Mary Comes to Me’, il nuovo romanzo di Arundhati Roy. La seconda è che ho iniziato a riguardare ‘La Signora in Giallo’. Tra questi due eventi c’è una correlazione, lasciate che mi spieghi.

    Molto rumore per nulla

    Qualche giorno fa è uscito un articolo su British Vogue che esplorava l’idea secondo cui, oggi, le donne eterosessuali si vergognino ad avere un fidanzato. Non scrivo in risposta a quell’articolo. Scrivo per condividere ciò che ho provato leggendolo: fatica.

  • Quattro matrimoni e

    Quattro matrimoni e

    Ho fatto un pensiero di quelli, qualche giorno fa. Intendo, quei pensieri che credi siano stupidi e irrilevanti ma che poi, più gli dai ascolto, rivelano profondità inattese. Sono andato a una laurea. Un mio caro amico è diventato medico. Io pensavo che laurearsi significasse genitori commossi, ubriacature e nessun prospetto lavorativo. Invece ho scoperto che laurearsi può anche significare: genitori commossi, ubriacature e sicurezze lavorative. Ad aggiungere meraviglia alla giornata, c’è stato il pensiero che ho fatto. Sono andato a tantissime lauree negli ultimi anni. Sono, ormai che io e i miei amici viviamo tutti in posti diversi, un modo per ritrovarsi. È stato in quel momento – mentre chiacchieravo con persone che non vedevo da almeno quattro mesi, ovvero dall’ultima volta che uno di noi si era laureato – che ho pensato: c’è un periodo della vita in cui vai a tantissimi diciottesimi, un periodo della vita in cui vai a tantissime lauree e un periodo della vita in cui andremo a tantissimi matrimoni.

    Vi avevo avvisato. Non è di certo il pensiero di un illuminato. Per questo all’inizio non ci ho fatto un granché. L’ho detto a un mio amico – e un giorno andremo a tantissimi matrimoni. Lui ha sorriso. E poi poco altro. Ma nei giorni dopo, questa banale riflessione ha lentamente assunto l’aspetto di un’epifania.

    Nel film Quattro matrimoni e un funerale (1994), Hugh Grant e il suo eccentrico gruppo di amici trentenni sono condannati a vedere il mondo attorno a loro innamorarsi e sposarsi mentre loro, chi più e chi meno, navigano le incertezze di una vita sfilacciata, precaria, romanticamente disfunzionale. È un film piuttosto divertente, uno di quelli che guardi quando piove e vuoi sentirti coccolato. Ci sono persone che lo detestano e non farò nulla per fargli cambiare idea. Nonostante sia un po’ sullo sfondo – perché per la maggior parte la storia si concentra su Hugh Grant che si innamora di Andie MacDowell, dei suoi giganteschi cappelli e del suo accento americano – la parte che a me è sempre piaciuta è proprio la dinamica di gruppo tra gli amici. C’è qualcosa di molto tenero, e al contempo triste, nel fatto che li vediamo unicamente riuniti durante dei matrimoni (e un funerale, ovviamente di un omosessuale).

    Quando l’altro giorno correvo per arrivare in tempo alla laurea del mio amico mi sono ricordato della sequenza iniziale del film, in cui Hugh Grant e Charlotte Coleman corrono e percorrono l’autostrada a duecento all’ora per arrivare alla chiesa. Ho sempre trovato terribilmente consolatorio il momento in cui arrivano in tempo al matrimonio e salutano i loro amici, che sono già tutti arrivati, che li prendono in giro per essere i soliti ritardatari. Anche io quando sono arrivato in ritardo alla laurea, ma appena in tempo per ascoltare la discussione del mio amico – di cui non ho capito niente – e ho visto gli altri, già tutti lì, mi sono sentito improvvisamente felice e appagato.

    Piango quasi sempre alle lauree. È molto emozionante vedere persone a cui vuoi bene prendersi quei dieci minuti in cui sono loro, il centro della stanza. In cui dicono le cose che sanno, che hanno studiato. In cui vengono celebrati per la fatica che hanno fatto. Poi vedere i genitori che si commuovono mi spezza il cuore. Ed è vero, come ho detto, che ormai molte persone della mia vita le vedo solo in queste circostanze. Qualche settimana fa ero a un’altra laurea a Venezia, dove ho vissuto tre anni, e rincontrare tantissime amiche mi ha riempito di una gioia immensa. È come fare il pieno di carburante, ricaricarsi assieme, dirsi – mi sei mancata.

    C’è un periodo della vita in cui vai a tantissimi diciottesimi, un periodo della vita in cui vai a tantissime lauree e un periodo della vita in cui andremo a tantissimi matrimoni. Non è solo romantico, ciò che ho tratto da questa riflessione. È una frase che origina senza ombra di dubbio da uno stato di privilegio in cui sono immerso, di questo sono consapevole. Avere tanti amici, potersi permettere di laurearsi, sono tutte cose da non dare per scontate. Ma l’automatismo con cui ho pensato a questa cosa ha fatto sorgere in me un senso di malinconia. Avrei potuto immaginare tante cose, e invece il prossimo step era il matrimonio. Come mai? E soprattutto – il matrimonio di chi? È come aver preso un treno durante un attacco di sonnambulismo. Ti svegli e sei a bordo. Il tragitto è prestabilito. Alle fermate si può solo salire, ma non sai come scendere.

    Ci sono quei momenti della vita in cui vedi tutto da fuori, come quelle sfere di cristallo che quando le agiti si riempiono di neve. Quei momenti in cui le cose risultano, per un attimo, chiarissime. E muori di terrore. Ho sempre creduto nella possibilità di vivere in modo anti normativo. Fuori dai margini, qualsiasi cosa significhi. Non ho mai desiderato essere un eremita, credo di avere troppe ambizioni per quello. Mi riferisco a una possibilità del vivere che saboti, in modi più o meno piccoli, più o meno radicali, le convenzioni. Sono una persona queer e femminista e frequento per la maggior parte persone queer e femministe – credere nell’utopia e nella rivoluzione ha fondato la mia formazione politica e universitaria. Negli anni ho detto più volte cose come – l’immaginazione è la chiave della rivolta. E poi mi basta una laurea di medicina per sentire che il prossimo passo sarà sposarsi? Mi sono spaventato. Non lo nego. Mi sono sentito schiacciato, compresso in una traiettoria scelta per me, non so da chi. All’inizio pensavo che la paura fosse questa. La paura delle cose normali, dell’ordinarietà. Invece, in poco tempo, ho capito che fosse legata all’esatto opposto – la paura di non avere mai una vita normale.

    Non voglio imputare a una laurea in medicina la colpa di una crisi esistenziale su larga scala. E non credo di avere una vita così pazza e sregolata. Non sono un circense che viaggia per il mondo e vive in un camper (la prima immagine a cui penso quando penso a una vita pazza e sregolata), ma – aldilà della disubbidienza di quando ero più disubbidiente di adesso – mi rendo conto di star scegliendo una vita affatto dritta. Lo vedo già nel modo in cui io e tante persone che fanno quello che faccio io viviamo le giornate. La sensazione è quella di avere infinite possibilità, e quindi di non averne nessuna. Non è una sregolatezza piacevole. È essere consapevoli che a meno che non ci tiriamo su noi, nessuno ci tirerà su. È una cosa che provano tutti a ventisei anni? O posso continuare a crogiolarmi nel sentimento di essere speciale perché ho scelto la vita dell’arte? Lasciatemi almeno questa supponenza, vi prego. Altrimenti cosa resta.

    Insomma, sono entrato in quella fase della vita in cui i sogni sconfinati, il desiderio inesauribile di creare, scrivere, costruire, iniziano a incontrare il desiderio – altrettanto ingombrante – di avere una vita ordinaria. Inizio a sentire che il mondo attorno a me si innamora, guadagna e vive meglio di me. E inizio, tremate tremate, a desiderare quel benessere.

    A desiderare quella stabilità. La casa nella prateria. Come Hugh Grant. Che vede che tutti si sposano e vuole sposarsi anche lui. Ma non sa bene se a muoverlo sia il fatto che tutti si sposano, o se sia un desiderio autentico. Gli piace vivere con la sua coinquilina punk come due Peter Pan? Forse sì. Ma poi va in chiesa e vede che c’è tutto un altro modo di stare al mondo e un po’ lo vuole anche lui. Com’è desiderabile quello che non abbiamo. Specialmente quando vivi nel limbo, quando sei più vicino ai trenta che ai venti e tutto è simultaneamente possibile e irraggiungibile, quando tutti ti dicono che hai ancora tutta la vita davanti e tu ti senti di essere già terribilmente in ritardo per qualsiasi cosa.

    E comunque i matrimoni mi piacciono. Mi piacerebbe andarci più spesso. Non vedo l’ora di essere testimone di qualche mia amica. Di ubriacarmi alle loro nozze e fare un discorso commuovente durante la cena. L’unico svantaggio di frequentare per il novanta per cento femministe e persone queer è che con molta probabilità non ci sposeremo mai. Ma ci concedo di cambiare idea. In fondo crescendo si diventa sempre più conservatori. Almeno lo spero.

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  • La velocità del mondo

    La velocità del mondo

    Eventi recenti mi hanno portato a esigere da me stesso un rallentamento. Nel mondo in cui viviamo rallentare è come mettersi a dieta dopo Capodanno. Una promessa che ti fai, un mantra periodico che esiste solo per essere infranto.

    Sono del segno dell’Ariete. Se mi metto in testa una cosa, la devo portare a termine. Almeno finché non inizio ad annoiarmi. Quella di rilassarmi è diventata una missione che ho preso in modo terribilmente serio. Ho archiviato chat di gruppo in cui le persone scrivevano troppo, ho eliminato l’app di Instagram, ho iniziato a fare passeggiate in giro per la città col preciso scopo di camminare e basta senza comprare nulla. Per carità, sono riuscito ad avere, sovente, i miei momenti epifanici. La luce primaverile che si spezzettava tra le foglie di un albero, un gatto randagio che mi ha guardato intensamente portandomi quasi alle lacrime, la musica della mia band preferita mentre andavo in bicicletta – cose così.

    Ma in pochissimo tempo mi ripartiva l’irrequietezza. Il cuore batteva, accelerato, la testa iniziava a girare e pensavo a tutte le cose che volevo – o dovevo – fare. Il mio cervello tornava velocemente a essere una sorta di disorganizzato documento Excel con l’ADHD.

    Il fatto che io non scriva un articolo qui da novembre non è un riflesso del mio desiderio di rallentare, ma del suo opposto. Quando ho cominciato – ho scritto ben due articoli, mi venga dato credito – desideravo trovare un argomento a settimana di cui discutere con voi. La verità è che è impossibile scegliere una cosa di cui parlare a settimana, a meno che io non faccia, unicamente, il gioco di raccontarvi i fatti miei. A quel punto sì, ci sarei riuscito, esponendomi a racconti eccessivamente intimi. Certo, il sottotitolo di questo blog è chiacchiere tra amiche, ma certe cose è meglio dirle davvero, solo alle amiche. Succedono troppe cose nel mondo. Sono le nove e mezza del mattino e solo da quando mi sono alzato mezz’ora fa fuori dal mio palazzo: c’è stato un incidente, è iniziata una maratona, è passato l’arrotino. Ieri stavo parlando al telefono con un amico e lui mi ha detto – Scusa se senti casino, c’è una manifestazione per Cuba. Io gli ho chiesto – Che cosa è successo a Cuba?

    Ora, non c’è niente di male nel restare informati. Io ci provo con tutto me stesso. Ma è il modo in cui le informazioni entrano. È come quei sogni in cui devi andare da punto A a punto B ma nel percorso succede di tutto – il killer ti insegue, ti schianti con la macchina, finisci in un tunnel sotterraneo e poi in una piscina e poi stai volando. Le cose del mondo, grandi o piccole che siano – non so se vi rendiate conto di quanto abilmente stia riuscendo a intrecciare un testo in cui coesistono Cuba e l’arrotino – ci arrivano addosso come perenni deviazioni di percorso. Distrattori inattesi che contribuiscono all’incessante rumore di dentro.

    È tutto cominciato con un sogno. Ho raccontato questa cosa a tante persone, alcune delle quali leggono questo blog. Scusatemi se mi ripeto. Quando faccio un sogno profetico lo rendo il centro della mia personalità per settimane. Ho sognato un asino. Era vecchio e malconcio e lo facevo dormire assieme a me. Nel sogno c’era anche la mia amica Eva, che dormiva con me e l’asino. Un trio di esaurite che cercano di dormire (scusa Eva). Mi ricordo il respiro dell’asino. Lento e rauco. Lo abbracciavo da dietro, avvolgendogli il corpo col braccio. Mi sono svegliato in lacrime. Qualcosa di quell’animale mi ha spezzato il cuore. La mia amica Melissa mi ha aiutato a capire che l’asino fosse la parte di me di cui dovevo prendermi cura. Una parte stanca, che lavora troppo, di cui gli altri si approfittano. Per giorni, dopo la sua manifestazione mistica, ho intrattenuto conversazioni col mio asino interiore. E poi, dopo che gli ho raccontato del sogno, il mio amico Andrea mi ha regalato il pupazzo di un asino. Lo tengo vicino al cuscino e lo guardo da settimane prima di dormire e dormo sonni profondi.

    Mi sono chiesto se viviamo in un’epoca in cui sia ancora possibile compiere atti radicali. E non mi riferisco alle manifestazioni per Cuba. Intendo – quanto può durare un’iniziativa che come precipua ragion d’essere ha quella di sovvertire le regole del tempo?

    Siamo nell’epoca della velocità, e altre cose simili che le persone dicono (Antropocene etc.). Quanto può durare la missione di rallentare? Quanto riusciamo veramente a farcela, prima che il buco nero ci risucchi di nuovo? Chiacchierare col mio asino mi ha portato a farmi queste domande. Quindi già qualcosa è cambiato. La consiglio come strategia, se foste in cerca di pratiche magiche per respirare più lentamente. Ma, aldilà della forma che può assumere il vostro asino, vi chiedo – in modo per nulla retorico, perché io la risposta non ce l’ho – se e come affrontiate, voi, il turbine inarrestabile di immagini, violenza, stravolgimenti radicali e arrotini che è il nostro presente. Lo so che il presente è un concetto relativo, ma ci siamo capiti. Non so se questa sarà soltanto una fase, o se durerà più a lungo. Il desiderio è che duri, pur concedendole di mutare, e cambiare forma. L’altro desiderio è di scrivere qui più spesso. La domenica è un giorno perfetto per chiacchierare con calma. Prometto alle poche anime che mi leggono che ci proverò. Ma credo che questa promessa serva più a me che a voi.

    Ad ogni modo. Anche se presto dovessi tornare a essere un ventiseienne nevrotico che subisce il peso e la caoticità del nostro tempo, lo accetterò. Mi ritroverò a fare doom-scrolling su Instagram e a chiedermi come sia possibile che siano già passate due ore da quando ho cominciato. Non ha sempre senso opporsi in modo radicale. A volte ci porta a schiantarci. Quando avevo diciannove anni, al primo anno di triennale, mi ero messo in testa che avrei mollato l’università e sarei andato a gestire un bed and breakfast nello Yorkshire assieme a due vecchietti inglesi di nome Lisa e Mark. Volevo sottrarmi dal caos, e fare un lavoro che mi sporcasse le mani (probabilmente pensavo che un bed and breakfast in campagna fosse molto sporco, non lo so). I miei mi hanno detto – Non ci pensare nemmeno abbiamo pagato il primo anno di retta e resti almeno fino all’estate. Ho pianto e imbastito discorsi vagamente anticapitalistici. Sono rimasto all’università. Un mese dopo è scoppiata una pandemia globale. Proprio nel periodo in cui sarei dovuto essere nel mezzo della campagna inglese con due ultrasettantenni. Non sto cercando una morale in questo ricordo, ma lo condivido con voi. Nutrimento per l’asino.

  • Who’s afraid of writers?

    Who’s afraid of writers?

    Nelle ultime settimane sono successe due cose importantissime di cui voglio raccontarvi. La prima è che ho letto Mother Mary Comes to Me (Il mio rifugio e la mia tempesta, ed. Guanda), il nuovo romanzo di Arundhati Roy. È un memoir in cui ricostruisce il complicato rapporto con sua madre e quasi sessant’anni di storia indiana. Arundhati Roy è una delle mie scrittrici preferite e leggere il libro mi ha riportato a quando da piccolo passavo la domenica incollato alle pagine senza staccarmi un attimo perché non riuscivo a smettere. È un romanzo difficile, che espone il più estremo dei legami d’amore. Fa anche molto ridere a volte.

    La seconda cosa che è successa è che ho iniziato a riguardare La Signora in Giallo. Mi ha preso così, ingozzato dall’algoritmo di Instagram che mi ha riproposto alcune vecchie clip della serie che da bambino, spaventato, guardavo assieme a mia nonna il pomeriggio dopo scuola su Rete 4.

    Queste due entità, il romanzo di Arundhati Roy e La Signora in Giallo, sono correlate. Lasciate che mi spieghi.

    Oltre a delineare in modo fortissimo il legame violento e ineluttabile con sua madre, una buona parte di Mother Mary Comes to me (me la tiro perché l’ho letto in inglese, pappappero pappappà) è dedicata a raccontare la militanza politica di Roy. I suoi saggi li ho sempre letti con fervore, ma in questo libro si rende ancora più chiaro il legame vincolante con la propria terra e l’impatto che lei ha avuto come scrittrice da dopo l’uscita de Il dio delle piccole cose, il suo primo romanzo, nel 1997. Non per sembrare uno di quei nostalgici che parlano di come una volta si stesse meglio, ma da scrittore nel 2025 leggo come fossero reperti paleolitici le storie di un tempo recente in cui degli scrittori e delle scrittrici importava a qualcuno. Non parlo solo della gloria, ma anche del pericolo. Roy ha sempre detto cose scomode, per il suo paese, per il mondo. Ha sempre illuminato le violenze, i massacri, le corruzioni del potere. Hanno cercato più volte di condannarla e incarcerarla (una volta ci sono riusciti). Ogni saggio o romanzo che pubblicava le portava minacce di morte.

    Scomoda, in un modo un po’ differente, era anche Jessica Fletcher. La scrittrice di gialli interpretata da Angela Lansbury. Ogni puntata un crimine diverso. Che è il motivo per cui l’adorabile – e iconica, brillante – signora Fletcher ha acquisito negli anni la nomea di uccello del malaugurio. Dovunque andasse – e in dodici stagioni e 264 episodi ne ha visti di posti – veniva commesso un omicidio.

    Arundhati e Jessica mi fanno pensare a tante cose. Sul ruolo di chi scrive.

    Lo so, sembra che stia scrivendo per dire a tutti quanto importanti siano le persone che fanno quello che faccio io. Ma in realtà sto scrivendo per constatare il contrario. Cioè che oggi nessuno ha più paura di noi.

    E di questo mi dispiaccio. Certo, non vorrei mai ricevere minacce di morte. Ma non mi dispiacerebbe essere pericoloso e utile come la Signora Fletcher. Pericoloso perché dovunque vada semino scompiglio. Utile perché ho delle innegabili competenze pratiche che mi permettono di individuare verità dietro crimini e misfatti.  

    Arundhati Roy e il suo nuovo libro ci ricordano dell’importanza – non retorica, non melensa, non autoreferenziale – di una letteratura dissidente in un tempo storico (cioè, La Storia) in cui a regnare sono totalitarismo e populismo. Ci ricordano, in un modo terribilmente incarnato e vissuto, di quanto possa essere pericoloso scrivere e di quanto possa essere pericoloso leggere.

    Questa non è un’invettiva retorica contro un pubblico a cui non frega più niente dei libri o verso un’industria impigrita che ricicla idee inseguendo bagliori di notorietà. Sono qui per fare domande: Quando abbiamo smesso di fare paura? C’è un modo per tornare lì?

    Forse la responsabilità non va sbolognata nelle mani dei lettori e delle lettrici, e nemmeno dell’editoria, dei poteri forti e della soglia di attenzione di Tik Tok. Forse tocca a noi. Avventurarci in ciò che è scomodo. Senza filtri e senza paura. Indossare una maschera di Halloween e prepararci all’agguato.

    In una scena della prima puntata de La Signora in Giallo la Signora Fletcher si veste da fatina a una festa in maschera. Il suo editore – che, spoiler, si rivelerà essere il killer dell’episodio – le fa i complimenti per il costume e lei risponde: «Sono la fata di Cenerentola. Esprimi un desiderio».

    «Pubblicare tanti romanzi di Jessica Fletcher» dice lui.

    Al ché lei ribatte: «Oh per questo non serve la magia. Devo sgobbare io».

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  • Molto rumore per nulla

    Molto rumore per nulla

    Qualche giorno fa è uscito un articolo su British Vogue che esplorava l’idea secondo cui, oggi, le donne eterosessuali si vergognino ad avere un fidanzato.

    È il caso forse che io faccia alcune premesse. Non sono un lettore di Vogue. Non sto scrivendo queste pagine guardando fuori dalla finestra di un bar in centro a Milano, anche se mi piacerebbe. Non sono una donna eterosessuale.

    Non negherò, però, che questo articolo mi abbia tormentato per giorni. Un tormento frivolo – cioè il miglior tipo di tormento. L’autrice narra della progressiva timidezza con cui molte donne eterosessuali sembrano mostrare i propri fidanzati su Instagram. Il sentimento quasi di vergogna con cui parlano di loro. Essere fidanzate non è più cool.

    Non scrivo in risposta a quell’articolo. Desidero lasciargli l’autonomia di parlare per sé. E a voi l’autonomia di formulare la vostra opinione a riguardo. Scrivo per condividere ciò che ho provato leggendolo, però. Perché l’ho addirittura letto. Non ho ascoltato la lettura generata dall’intelligenza artificiale. L’ho letto. E quello che ho provato è: fatica. In quanto ragazzo queer scherzo sempre su quel centenario luogo comune secondo cui in un’altra vita sono stato una donna etero. (Credo anche, sempre in una vita precedente, di essere stato il chihuahua di una ricca coppia omosessuale, altrimenti non mi spiegherei perché ami così tanto dormire raggomitolato e perché mi piacciano gli uomini – ma questa è una storia per un’altra volta). Per via di questa associazione storica tra la mia persona e le donne etero, non posso non sentirmi chiamato in causa quando si parla di loro. Le mie sorelle. Mi sento coinvolto da sempre nelle storie delle loro vite. Che siano Carrie Bradshaw di Sex and The City o le protagoniste dei libri di Jane Austen, mi sono sempre riconosciuto in voi, ragazze. E poi – ho tantissime amiche etero! A riprova del mio amore nei loro confronti e per sfatare falsi miti secondo cui io stia scrivendo un articolo contro qualcuno.

    Dicevo, ho provato fatica.

    Instagram. Lanciare la propria relazione sui social. Follower. Eterofatalismo. Tutti concetti che mi fanno provare una fatica atavica. (Eterofatalismo in realtà mi fa morire dal ridere, ma resta un concetto faticosissimo da accettare). Ho chiamato questo blog Delulu (termine slang inglese della parola delusional: disilluso/a) perché credo che incapsuli alla perfezione lo spirito della nostra epoca, del nostro presente. Siamo fatine disilluse che svolazzano tra schermi che alternano violenza e guerre a video di skincare, e relazioni incarnate che contengono più o meno lo stesso dissonante binomio. È tutto sovrapposto e ogni cosa è problematizzata, rigirata, scoperchiata, aperta, svitata. Tutto ha senso, quindi niente ha senso. Per non abbandonarmi con facilità a questo sentimento di disillusione mi voglio sforzare di stare nella corrente e provare a raccontare quello che vedo e vivo. Chiacchiere tra amiche. Una cosa del genere.

    L’autrice dell’articolo di Vogue dice che un tempo avere una relazione romantica (un uomo) fosse l’obbiettivo della vita di ogni donna e che ora invece sia il contrario. Avere un fidanzato, nell’epoca del transfemminismo, è quasi imbarazzante. L’eterosessualità, anche, è chiamata a politicizzarsi. Ormai essere single è auspicabile.

    Ci sono due cose che vorrei dire a riguardo.

    Prima di tutto: in quanto rappresentante di quella fetta di umanità definita dagli specialisti single, non considero la mia condizione auspicabile. Non vorrei parlare per tutte, quindi parlo per me. Di certo ho imparato a stare a galla dopo il mio divorzio (non mi sono mai sposato, ma lo chiamo così), ho imparato a vedere il bicchiere mezzo pieno e a goderne i vantaggi. Ma non mi sento di dire che questa vita sia meglio di un’altra. Al massimo, la nostra cultura ossessionata dall’amore romantico mi ha fatto sentire la necessità se non di avere un marito (non mi sposerò mai) quantomeno di cambiare ragazzi come calzini e avere sempre una storia nuova da raccontare alle mie amiche per tenere la trama viva. La vita senza sesso e drammi sentimentali sembra essere tremendamente noiosa agli occhi delle persone, quindi mi sono dato da fare.

    Secondo tutto: non stiamo forse perdendo di vista l’obbiettivo? Come ho detto adoro le frivolezze. Passerei le giornate sul water a leggere articoli come quello di Vogue. Ma poi mi dico che ho di meglio da fare. E che non mi scappa poi così tanto spesso da andare al bagno così di frequente da leggere riviste tutto il tempo. Dico, forse stiamo perdendo di vista l’obbiettivo. Nostro, di femministe, nostro di giovani persone che navigano questo mondo-delulu non in cerca dell’amore – che francamente non sappiamo più cosa sia – quanto in cerca di risposte che ci tengano a galla. Un articolo come quello che ho citato non rischia solo di farci sprofondare inevitabilmente in un baratro ancora più profondo? La nostra attenzione merita davvero di andare su quelle povere donne etero che addirittura si vergognano di avere un fidanzato? In fondo ogni volta che scriviamo qualcosa online lasciamo quella che gli scienziati definiscono impronta digitale. Ho la sensazione che con tutte le impronte che stiamo lasciando a terra sia ora di centellinare i passi, decidere se valga la pena di scrivere certe cose. Ancora prima, se valga la pena di passare tempo a pensare, a certe cose.

    Non ho la pretesa di dire – per contrasto – di star lasciando impronte benefiche. Ma almeno spero di poter ridere un po’ assieme a voi, già questo sarebbe bello. Lasciare un po’ di aria nel cielo per poter respirare. Con o senza fidanzato. Con o senza eterofatalismo. Respirare in questo clangore, in questo rumore – tanto, troppo rumore – e smettere di prenderci così tanto sul serio.

    Benvenute su Delulu ☆

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