Non ho mai capito i modi di dire. Ancora adesso faccio fatica a comprendere quella storia della gatta, del lardo e dello zampino. Nonostante mi sia stata spiegata più volte da amici illuminati e pazienti. Quando da piccolo mi dicevano che le bugie hanno le gambe corte immaginavo Pinocchio, col naso lungo e le gambe mozzate, che cerca di correre via ma che non ci riesce perché non ha i piedi. Il fatto che pensassi a Pinocchio, almeno, dimostra che il mio cervello avesse già compiuto quella sovrapposizione morale che legava il mentire a qualcosa di brutto – quanto meno a qualcosa che ti modificava il corpo. Ho il naso piuttosto grande, ho preso dalla famiglia di mio padre. Quindi ho sempre pensato che fosse meglio non mentire. Ne facevo una questione principalmente estetica, ma l’importante è imparare la lezione.
C’è stato un tempo nelle nostre vite in cui sembrava che dire le bugie fosse la cosa peggiore del mondo. Nessun bugiardo la faceva franca nelle storie. Se provavi a mentire venivi scoperto e finivi, come minimo, inseguita da tuo marito che provava a ucciderti. O, dopo lunghe peregrinazioni, nello stomaco di un pescecane (o di una balena, nella versione Disney). E poi da grande impari che mentire è il contrario di un peccato. Scopri che quando menti, se tutto va come deve andare, governi un paese. E il naso ti resta più o meno proporzionato al viso. Il viso resta brutto, ma almeno il naso non si deforma. E poi se sei al governo di un paese ti puoi permettere la chirurgia plastica, i trapianti di capelli, le lampade. Insomma, chissene frega se il naso ti si ingrossa un po’.
L’altro giorno hanno provato a sparare, di nuovo, al presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump – come ama firmarsi, tutto in maiuscolo, nei suoi deliranti post su Truth Social, il suo adorato social network su cui, nomen omen, si dice solo la verità, nient’altro che la verità. Non scrivo su un blog di complotti e – come quella volta che ho commentato un articolo di Vogue che parlava di donne etero – non mi interessa sputare sentenze, ma lasciare la libertà, a chi legge, di pensare assieme a me. Non è mio interesse parlare dell’improbabilità che a un gala così sorvegliato, in cui i presenti vengono sottoposti a controlli di sicurezza che assomigliano a quelli di un film di Mission: Impossible, qualcuno sia riuscito a entrare con delle armi. O del fatto che questo sia lo stesso uomo che ha iniziato una guerra solo per distogliere l’attenzione pubblica da dei file che avrebbero potuto incriminare lui e la stragrande maggioranza delle persone che al momento decidono le sorti del mondo; o che, in una recente intervista con la CNN ha negato di essere uno stupratore nonostante sia stato accusato di violenza sessuale da almeno ventotto donne e che sia stato sottoposto a innumerevoli processi negli anni – ah, e ci ricordiamo della prima volta che gli hanno sparato, no? Quando, nel pieno della tragedia, erano riusciti addirittura a far calare una bandiera americana dietro di lui e a scattargli una fotografia trionfale in cui – pugno alzato e orecchio sanguinante – dimostrava al mondo intero la sua forza, la sua tenacia, nonostante tutto.
Ogni giorno, sui social network – la verità, nient’altro che la verità – faccio lo slalom in un algoritmo che alterna video di ricette che spiegano il segreto nascosto per preparare il tofu, bombardamenti e meme divertentissimi su la giornata tipo per le persone dell’Ariete. In questo marasma dissonante – che, come ho già scritto in un altro articolo, riproduce il medesimo marasma dissonante del mondo fuori dai nostri schermi – una cosa mi diventa sempre più chiara. L’impossibilità che provo a credere a qualcosa. Non intendo credere nel senso politico, militante, utopico del perorare una causa, ma credere nel senso di pensare che quello che guardo sia vero. Ad esempio, una celebre cuoca di Instagram ha detto che bollendo il tofu in acqua salata prima di cucinarlo questo prende molto più sapore, ma io ci ho provato, e non cambiava nulla. La colpa è mia o è lei che mi ha mentito? Davvero, sembra uno di quei thriller in cui non puoi fidarti di nessuno.
Quando i populisti del mondo hanno iniziato a diffondere il concetto di fake news, l’hanno fatto – la verità, nient’altro che la verità – compiendo una specie di triplo carpiato che anche il Cirque du Soleil gli ha invidiato. Cosa c’è di più strategico – e squisitamente populista – che definire false notizie le notizie vere e così – per un’automatica deduzione – implicare che le proprie notizie siano vere? Il concetto di fake news è stato messo in circolo dalle stesse persone responsabili dello spargimento di fake news. Mai altra equazione è stata in grado di riassumere il nostro tempo così lucidamente.
È chiaro che, in un mondo in cui le bugie sono verità e le verità vengono tacciate di essere bugie, niente valga più e tutto sia il contrario di tutto. Lo so – niente di nuovo sul fronte occidentale. Io non riesco, però, a non rimanere perennemente – esponenzialmente – scioccato da quanta menzogna siamo in grado di digerire. Quando troppo sarà troppo?
Sento quotidianamente persone credere in modo cieco ai propri leader, anche quando questi e queste danno loro – ogni giorno di più – prova della loro radicale inaffidabilità, della loro crudeltà, della loro corruzione. Di quanto non gliene freghi assolutamente nulla di nessuno se non se stessi e se stesse, degli interessi della loro cricca, del loro club di miliardari, supremi leader dell’intelligenza artificiale, padroni della guerra.
Fedro racconta che un giorno Prometeo – quello che ci donò il fuoco per liberarci, e che fu punito per averci liberato – plasmò, da un blocco di argilla, una statua dalle sembianze umane che chiamò Verità. Verità aveva il compito di riportare giustizia tra le persone. Dolo, apprendista di Prometeo, creò una replica di Verità (copiandola) ma, in assenza dell’argilla sufficiente, questa venne senza piedi. Quando Prometeo donò ad ambo le statue il soffio vitale, Verità iniziò a incamminarsi per il mondo mentre la seconda – che verrà battezzata Mendacium, cioè menzogna – non riuscì a muoversi. Le bugie, impariamo, non hanno piedi. E quindi, non possono andare lontano.
Forse tutte le Verità del mondo sono andate così lontano che non sono più con noi. Hanno camminato in lungo e in largo, hanno peregrinato per tutto il cosmo alla ricerca di segreti sconosciuti e stanno per tornare qui. Da noi che siamo rimasti con tanti Mendacium senza piedi. Tra poco le Verità torneranno, portando con sé tutto quello che hanno scoperto nei mondi lontani. Pronte a raddrizzarci, a ripulire un po’ di questo sporco. Un principio esoterico teorizza che l’equilibrio di tutte le cose sia a volte caratterizzato da vertiginose oscillazioni da un lato, a cui seguiranno – per controbilanciare – oscillazioni dall’altro. Voglio credere che stiamo per oscillare da un’altra parte. Che tutto questo buio porterà a qualcosa. Non so se ci credo veramente. Ma devo credere a qualcosa. In fondo, dovrà pur esistere un modo per cucinare veramente bene il tofu.
Come sopravvivere alla fine del mondo
Ci stanno forzando a credere che la fine del mondo sia inevitabile. Io ci ho pensato, e ho capito come riusciremo a sopravvivere. O quantomeno a stare un po’ meglio.
Quattro matrimoni e
Sono entrato in quella fase della vita in cui i sogni sconfinati iniziano a incontrare il desiderio – altrettanto ingombrante – di avere una vita ordinaria. Sono terrorizzato.
La velocità del mondo
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