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  • Come sopravvivere alla fine del mondo

    Come sopravvivere alla fine del mondo

    Final Destination è un film horror del 2000 in cui un giovane ragazzo, dotato di abilità soprannaturali, è in grado di prevedere i disastri prima che accadano. Inizia tutto quando deve partire per una gita scolastica con la sua classe del liceo. Prima di prendere l’aereo è tormentato da una sensazione sinistra – indizi, dei più disparati, che lui percepisce come presagi di una catastrofe, lo portano a dedurre, poco prima del decollo, che l’aereo su cui si trovano esploderà. Oltre a indurre nello spettatore un’angoscia lancinante per i voli aerei, Final Destination è – per chi di noi vede il mondo attraverso un filtro che potremmo definire magico – un ottimo esempio di cosa succede quando, osservandola nel suo caos, la vita sembra mostrarci tra le proprie crepe un ordine apparente, un disegno più ampio. È anche l’esempio di un brutto film su una persona troppo paranoica, ma questo è un altro discorso.

    Viviamo in tempi difficili. Forse si tratta di un’affermazione ridondante, ormai vuota di significato. Ma se ci penso, non c’è modo più chiaro per dirlo. Viviamo in tempi difficili. Non è la prima volta, qui, che esprimo il senso di spaesamento, paura, incertezza che provo quotidianamente davanti al dispiegarsi delle cose – sembra che ogni giorno debba comparire una nuova minaccia terribile, un nuovo super-cattivo la cui sola esistenza sarà sufficiente a paralizzarci tutti, a farci sprofondare in uno stato di ulteriore impotenza di fronte alle immagini e alle cose che vediamo e che ci infestano gli occhi, la mente, il cuore. Il nostro senso di futuro sembra ridursi quotidianamente. Che claustrofobia.

    Sono consapevole che questo sentimento angosciato sia – in gran parte – una precisa strategia di potere. Un modo di amministrare le masse che, a partire dai media e dai social, educa la collettività a uno stato di passività rispetto alle brutture del mondo. Nel saggio Nella grotta di Platone, Susan Sontag parla di una certa «consuetudine con l’atrocità» che abbiamo sviluppato attraverso la nostra sovra-esposizione alle immagini della violenza. John Berger in Fotografie d’agonia – in merito agli scatti che arrivavano dalla guerra in Vietnam – diceva «Queste foto ci paralizzano. L’aggettivo che meglio le definisce è raggelanti».

    Mi piacerebbe scrivere cose che ci mettano unicamente di buon umore. Prendere in giro i miliardari del Met Gala o recensire Il Diavolo veste Prada 2 con un senso di nostalgia consolatoria. Ma la verità è che anche Il Diavolo veste Prada 2 è, per la maggior parte, una critica – pop, ma pur sempre una critica – alla morte dell’editoria a cui stiamo assistendo oggigiorno. Sembra che per chi racconta storie sia impossibile, ormai, non parlare delle cose che finiscono. Qualche giorno fa sono uscito con un amico. Una delle prime cose che mi ha mostrato erano le fotografie che aveva scattato quella mattina degli scaffali svuotati della libreria Hoepli di Milano. Dal 1870 baluardo di cultura editoriale, ora una specie di magazzino dismesso che presto diventerà qualcos’altro. Quella sera avevo un terribile bisogno di un film che mi consolasse e mi facesse sentire al sicuro. Ho riguardato per la duecentesima volta C’è posta per te (il film del 1998 di Nora Ephron, non la trasmissione di Maria de Filippi). Ma anche lì riuscivo a concentrarmi solo sul senso di catastrofe. La piccola libreria per bambini di Meg Ryan che viene mandata in bancarotta dal megastore Fox Books di Tom Hanks. Che claustrofobia.

    Non so se un tempo le informazioni sembrassero più nettamente separate tra loro. Se ci fosse un margine di distinzione tra la fine di una cosa e l’inizio di un’altra. Quello che so è che oggi la fine del mondo sembra riguardare potenzialmente tutto, e il passaggio tra un pensiero e un altro è indistinto e caotico. Non facciamo a tempo a temere che saranno una nuova guerra o un nuovo virus a porre fine alla civiltà come la conosciamo, che la distruzione ambientale ulteriormente acuita dai data center per l’intelligenza artificiale diventa il centro delle nostre preoccupazioni. Non facciamo a tempo a ingerire l’ultima pastiglia di vitamina C per tenere lontana l’influenza invernale che già parliamo dei morti per caldo a maggio. Anche adesso, mentre cerco di unire pensieri disordinati attraverso il linguaggio, una stupida icona a forma di stellina cattura il mio occhio – è un assistente virtuale, un’AI che vuole rendere il mio processo di scrittura più facile. Apro un altro tab. Digito come rimuovere l’assistente AI dal mio blog e mi viene fornita una risposta dettagliata – generata dall’intelligenza artificiale di Google. Non c’è via di scampo.

    È questo, almeno, che sembra ci venga detto ogni giorno – che non c’è via di scampo. In una scena della quinta stagione di Hacks, una serie divertentissima che consiglio a tutti di recuperare, c’è uno splendido dibattito tra una delle protagoniste – una scrittrice trentenne – e un imprenditore che vuole convincerla a cedere alle comodità dell’intelligenza artificiale. Le dice «l’AI è qui, non puoi farci niente», e lei risponde «Questo è parte del motivo per cui la odio. Questa forzata inevitabilità. Le persone come te continuano a dire che sta succedendo, che ti piaccia o meno ma sono le persone come te che stanno facendo sì che succeda. E potreste fermarla se lasciaste dire alle persone che non la vogliono, ma non volete dare alcuna scelta alle persone. […] Perché dovremmo credere che quest’app sia questa cosa pazzesca che cambierà il mondo? Ovviamente tu vuoi che crediamo sia così perché ne trai un profitto e quindi è ovvio che ci dirai che sta succedendo e che è inevitabile».

    Nel titolo di questo articolo c’è un come, il che porta ad aspettarsi che io sia qui per fornire un manuale pratico per sopravvivere a tutto questo. Non sono riuscito a stilare un manuale pratico. Ma ci ho pensato a lungo. E ho capito una cosa. Per la gran parte della mia vita il più alto livello di consolazione me l’hanno dato le storie. E anche qui, in queste righe, non ho fatto altro – più o meno consapevolmente – che riferirmi a libri, film, serie per trovare un correlativo, o un luogo di riflessione, per quello che mi agita profondamente. In un tempo catastrofico come il nostro credo genuinamente che raccontare sia un potentissimo antidoto. Un antidoto ormai per nulla scontato, dato che tentano di togliercelo con forza ogni giorno. I totalitarismi che deviano e controllano i canali di informazioni, le big-tech che possiedono i giornali, gli assistenti virtuali che tanto ostinatamente provano a sottrarre la scrittura a chi scrive dicendo che vogliono rendere la nostra vita più semplice, le librerie e le case editrici che chiudono, i social media che riducono minuto per minuto la nostra capacità di leggere e concentrarci su una sola cosa alla volta. Il diritto a raccontare – e la voglia di leggere – non sono affatto scontati in un mondo che ci viene detto stia finendo.

    Quella forzata inevitabilità di cui parla la protagonista di Hacks è proprio il sedativo che ci viene iniettato per renderci passivi all’apparente distruzione. Per farci credere che non ci sia via di scampo. Ma io mi accorgo che, anche solo scrivendo queste righe, condividendo – blocco per blocco, frase per frase – il mio pensiero con voi, aprendo un dialogo invisibile con chi di voi desidererà leggere, mi sento già un po’ meglio.

    Se nemmeno Il Diavolo veste Prada è in grado di sottrarsi dalla catastrofe, allora forse non c’è alcun motivo per tentare in tutto e per tutto di sedarci, di sottrarci. Forse quello che possiamo – dobbiamo – fare è stare nella catastrofe. E continuare a raccontarla. In fondo, come specie facciamo piuttosto schifo in tutto ma raccontare è sempre stata – da quei mammut dipinti sulle grotte – una delle nostre più grandi capacità. È un gioco a cui stiamo giocando da millenni, e non c’è AI che possa superarci. Siamo troppo bravi.

    Nel 1815 il monte Tambora – un vulcano in Indonesia – eruttò. Si tratta, ancora adesso, della più potente eruzione vulcanica mai registrata. Nei mesi successivi le temperature globali diminuirono drasticamente per via della cenere della colonna eruttiva che si sparse nell’aria, e il 1816 passò alla storia come l’anno senza estate. Fu un periodo disastroso per i raccolti e si dice che il cielo fosse diventato rosso, come prima dell’Apocalisse. In molti erano convinti di star assistendo alla fine del mondo. Fu proprio quest’atmosfera a influenzare alcuni dei più bei dipinti di William Turner e, forse ancora più notevolmente, Frankenstein di Mary Shelley.

    La verità è che la storia è ciclica, il tempo una banda elastica, e se guardiamo indietro possiamo sempre trovare strumenti per sopravvivere, anche di fronte alle peggiori catastrofi. Nel 1818 Shelley pubblicò Frankestein lasciandosi riempire dalle angosce del suo tempo – quelle personali, così come quelle collettive, che aveva scorto nel cielo rosso. Sono certo che anche noi, continuando a raccontare e a raccontarci, saremo in grado di trovare comune conforto – di più, antidoti, strategie, pensiero, rivolta – di fronte alle nostre catastrofi. E, se così non fosse, avremo almeno qualcosa da dirci, mentre tutto si distrugge e si trasforma di nuovo.

    cose citate

    Final Destination, dir. James Wan

    John Berger, Sul guardare, Il Saggiatore

    Susan Sontag, Sulla fotografia, Einaudi

    C’è posta per te, dir. Nora Ephron

    Hacks, stagione 5 ep. 6, dir. Jen Statsky

    Il diavolo veste Prada 2, dir. David Frankel

    Mary Shelley, Frankenstein

    immagine di copertina: James Hutton, Waiting for the World to End

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