C’è un gioco che si fa quando non si sa cosa fare. Uno chiede «Se foste su un’isola deserta che cosa vorreste avere con voi?» Il cosa varia a seconda del contesto. A volte sono tre libri, altre tre film, altre ancora il gioco assume un carattere alla Robinson Crusoe e i partecipanti riflettono attivamente su quali sarebbero oggetti o risorse indispensabili per sopravvivere al caldo, su una lingua di terra in mezzo all’oceano. L’isola deserta rappresenta un luogo mentale, prima ancora che fisico, una specie di apocalisse personale, che ci costringe a sforzare l’immaginazione per capire che cosa conta veramente.
Per i concorrenti di Temptation Island – il reality show internazionale che attualmente, in Italia, sta mandando in onda la sua 15esima stagione – ciò che conta veramente sembra essere il futuro delle loro relazioni romantiche. Relazioni precarie e tormentate che i masochisti partecipanti vogliono mettere ulteriormente alla prova. Lungi dal trovarsi nella proverbiale isola deserta – si tratta più di un resort sul mare pieno di comfort, piscine, falò e dj-set – le coppie (eterosessuali) vengono divise in maschi e femmine. Nei rispettivi bungalow, nell’arco dei giorni seguenti, i partecipanti dovranno resistere alle avance dei tentatori – un gruppo di uomini che sembrano aver studiato body-building con The Rock e donne che sembrano essersi messe a dieta con Barbie. L’amore che lega queste coppie sarà abbastanza forte? O a trionfare saranno la tentazione, il desiderio? I nostri concorrenti entrano fidanzati, usciranno tali?
Ogni anno in questo periodo mi trovo spesso steso sul letto con un’amica a guardare una puntata di un reality show. Il mese scorso, ad esempio, ho guardato quello condotto da Benedetta Parodi su Netflix in cui le persone si devono fare una proposta di matrimonio dopo aver parlato ma senza essersi mai viste. Trovo che questo specifico format sia perfetto per quella terra desolata che chiamiamo estate. Quando il tuo cervello è talmente rallentato che l’unica cosa che riesci a fare è spaparanzarti sul divano ignorando i tuoi obblighi lavorativi e ingozzandoti di gelato come gli umani sull’astronave di Wall-E. La bellezza di questo genere di televisione è proprio che è costruita per sembrare una ricompensa, come quando ti concedi una torta al cioccolato perché è tutta la settimana che mangi verdure.
Sono molto affascinato dai reality. Nello stesso modo in cui mi fisso col true crime, i B Movies, gli articoli sui tabloid di gossip (colpa di mia nonna). Non sono il primo a pensarlo o a sostenerlo – il male è affascinante. Quando dico male mi sottraggo da un giudizio morale, parlo proprio delle cose malsane. Se un format come quello di Temptation Island è stato così di successo a livello internazionale, un motivo ci sarà. C’è qualcosa, lì dentro, che ci attrae. Qualcosa che ci chiama, ci intossica, ci fa sprofondare nello schermo come il protagonista di Videodrome che affonda nei pixel delle labbra della donna tentatrice.
Non è della banalità di questo male che mi interessa parlare, qui. O del fascino del trash, o di come abbiamo bisogno di spegnere il cervello. Quelle sono tutte cose che ognuno pensa per sé e non è mio interesse puntare il dito, assolvermi, o trovare giustificazioni intellettuali dietro alla libertà che ognuno ha di guardare quello che vuole in televisione. Mi piacerebbe parlare di un’altra cosa.
Settimana scorsa, una sera, ero steso a letto con le mie amiche Eva ed Emma quando abbiamo deciso di guardare la prima puntata della nuova stagione di Temptation Island. Abbiamo spalancato le finestre per fare entrare quel poco vento che c’era e abbiamo schiacciato play. All’inizio l’episodio ha prodotto in noi altissimi livelli di serotonina. Era emozionante, esilarante, scorretto. Le coppie intervistate così tossiche – non c’è altra parola per definirle – da sembrare il prodotto di un’allucinazione. Ma lentamente, per quanto mi riguarda, l’euforia ha lasciato spazio a qualcosa che assomigliava a una tristezza profondissima.
Aveva a che fare con qualcosa che andava oltre le relazioni malsane dei concorrenti, o la vuotezza delle cose che dicevano, o le dinamiche di gelosia, possessività, aggressività che venivano mostrate e, in un certo senso, normalizzate. Aveva a che fare con la solitudine.
Me lo sono scritto sulle note del telefono – le persone sono davvero sole. C’era qualcosa di davvero disperato in loro. Queste relazioni arrivate al baratro. Questi concorrenti che sembravano odiarsi e che in media avevano la stessa età che ho io (alcuni erano ancora più giovani), strutturalmente incapaci a lasciarsi andare l’un l’altra. Come se quello fosse l’incubo più grande di tutti.
Lo so, di reale i reality hanno ben poco. È tutto montaggio, costruzione di personaggi, “storytelling”. Eppure questa sensazione di desolazione non mi ha più lasciato, nei giorni successivi. La notte dopo ho sognato che ero innamorato di un uomo che mi amava tantissimo – è un attore molto famoso, non farò il suo nome perché mi vergogno – che mi riempiva di parole dolcissime e mi diceva che ero tutto per lui, che senza di me moriva. Mi sono svegliato la mattina e sono scoppiato a piangere. Cioè, immaginate questa scena: io con trentasei gradi che mi sveglio e scoppio a piangere dopo aver realizzato che quell’attore di Hollywood non era veramente il mio fidanzato.
Temptation Island & co. sono sì programmi figli di un tempo storico morboso, indagatore, fondato su un voyeurismo dilagante – ma sono anche capsule trash che contengono una traccia della nostra tragica e apparentemente ineluttabile solitudine cosmica. Nel nostro privato, mentre scegliamo di guardare quello che vogliamo guardare sui nostri schermi, dentro di noi succedono cose misteriose. A volte mi illudo che il femminismo contemporaneo ci abbia liberato dalla nostra isola-apocalisse interiore, da quel luogo mentale che è l’inferno di ognuno: la paura di rimanere soli. Temptation Island sembra ricordarci di quanta strada ci sia ancora da fare, di come l’isola sia molto meno metaforica di quanto pensiamo. Ci mette a confronto con qualcosa di desolante che è così tanto contemporaneo da far venire la nausea. E quando certi pensieri si attivano, non c’è fascino del trash che tenga.
L’istinto automatico, guardando un reality come questo, è di giudicare i concorrenti. Le loro scelte, le loro dinamiche orribili. Pensarsi superiori a loro. E invece io penso che sotto sotto ci sia altro. Qualcosa di insondabile, misterioso e come ho detto terribilmente cosmico che ci porta a divorare questi programmi. Queste storie. L’apparente supremazia mediatica dei reality show racconta più di noi come esseri umani – esseri umani, prima ancora che consumatori – di quanto non vogliamo ammettere. E forse per questo, ogni anno d’estate, schiacciamo play e torniamo sull’isola.
Scrivere libri con l’AI (e altri giochi distopici)
Quest’estate dei miei amici si sono fatti scrivere un libro dall’intelligenza artificiale. Ho deciso di leggerlo. Ecco cosa ho scoperto.
Wake me up when September ends
Sono tornato a casa dalle vacanze e ho trovato, ad aspettarmi, una lumaca. Aveva delle cose da dirmi.
Qual è il prossimo libro che leggerai?
È l’ultimo articolo dell’estate, quindi ho pensato di consigliarvi dei libri da leggere! Ma anche di ringraziarvi. E darvi una bella notizia.
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