Sul Pride e sulle cose che contano

a Giulia, Margherita e Sofia

Siamo a metà giugno. Il che significa che siamo nel mezzo del mese del Pride. Il che significa che all’incirca cinquantasette anni fa, nella notte tra il 27 e il 28 giugno 1969, fuori dallo Stonewall Inn di New York un gruppo di queers si scontrò con la polizia e diede inizio al movimento di liberazione come lo conosciamo oggi. Significa anche che le città del mondo – purtroppo, ancora, non di tutto il mondo – si stanno riempiendo di quelle caratteristiche manifestazioni che – a seconda di qualcosa che potremmo definire autonomia politica e militante del contesto in cui vengono organizzate – alternano colori, striscioni e Chapelle Roan a discorsi infuocati sullo stato del mondo, la violenza sistemica, i diritti delle persone trans. O, in altri casi, carri firmati McDonald’s e Grindr in cui ci viene ricordato quanto il capitalismo adori lottare per noi.

Ho meditato molto su cosa scrivere. Da quando ho cominciato Delulu, non mi sono mai trattenuto dal dare voce al miscuglio di rabbia, confusione, divertimento a cui i tempi correnti mi sottopongono quotidianamente. Ciò nonostante, l’idea di imbastire un articolo sulle ingiustizie del presente, la violenza di stato, le ennesime, schifose brutalità espresse dal governo Meloni o dal Generale Vannacci e il suo orribile taglio di capelli mi sembrava un prospetto alquanto deprimente. Non voglio evitare argomenti tristi, ma voglio rilasciare nell’etere parole che siano in grado di generare – nel loro peso infinitesimale – un senso di comunità e di amore in un mondo che sembra fare tutto l’opposto. Mentre cercavo modi per imbastire questo post, è successa una cosa che mi ha fatto capire di che cosa avrei potuto raccontare. Vi avviso, oggi sarò molto intimo e molto vulnerabile – quindi se vi piace soltanto quando faccio battute sarcastiche, fermatevi qui.

Qualche sera fa sono uscito con tre amiche che non vedevo all’incirca – giorno più giorno meno – da 15 anni. Che è un modo per dire che sono tre amiche delle scuole elementari. Avevo sognato una di loro una notte e mi ero svegliato col desiderio di scriverle. Abbiamo organizzato un aperitivo nel quartiere dove viviamo tutte e quattro ma in cui, per qualche motivo, non ci incontriamo mai.

La prima cosa che abbiamo fatto, quando ci siamo incontrate, è stata ridere. E poi abbiamo pianto. E poi abbiamo riso di nuovo e ci siamo abbracciate. Sono seguite quattro ore in cui – senza fare un secondo di pausa – ci siamo aggiornate su cosa era successo nelle rispettive vite negli ultimi quindici anni, abbiamo rievocato racconti delle elementari e delle materne quando giocavamo alle Winx – io volevo sempre fare Flora ma quando la faceva un’altra mi accontentavo a essere Elia, il fidanzato coi capelli lunghi di Flora che meditava a mezz’aria circondato da petali di fiori – e poi siamo arrivate al presente, alle relazioni, famiglie, carriere, ai sogni. Mentre mi raccontavano di loro e di tutto quello che stavano facendo – è una sensazione molto forte quella di rivedere delle tue amiche dopo così tanto tempo, così cresciute, adulte nel mondo, e sentire che nonostante tutto è come se non fosse trascorso un giorno dall’ultima volta che le hai incontrate – provavo un senso di commozione così forte che desideravo piangere ogni tre minuti.

Ho sempre avuto l’enorme fortuna di instaurare – specialmente con ragazze – amicizie profonde e durature. Gli ultimi anni di liceo, i sei anni di università, così come la vita strana e post-universitaria-sto-cercando-di-essere-un-adulto- vero che sto vivendo adesso sono – prima che alle cose che ho imparato, agli studi che ho fatto, ai traguardi che ho raggiunto – anni inscindibili dalle amicizie che ho creato. A ogni tappa del percorso, nuove persone sono salite a bordo. E non sono più scese. Non esagero quando dico che nel mondo complesso, incomprensibile, romanticamente ambiguo, violento in cui viviamo le mie amicizie sono il legame che, a più battute, mi ha salvato.

Al tavolino di quel bar guardavo loro, le mie tre amiche, e pensavo – è iniziata con voi. Mentre raccontavano si sbloccavano ricordi, aneddoti, scene. Pomeriggi interi passati a casa di una o di un’altra a travestirci e a giocare. Primi amori di cui ci raccontavamo. Quella volta che ci eravamo sposate tutte e quattro insieme. Chiunque sia cresciuto sentendosi un po’ un emarginato o sia stato sottoposto negli anni a forme di bullismo o violenza saprà quanto assolutamente fondamentali siano queste persone. Possono aver assunto la forma di un gruppo di amiche o di amici, possono essere state l’eccentrica professoressa di italiano o di arte che teneva sempre un occhio aperto per noi in classe e ne diceva quattro ai bulli e ci spronava a essere noi stessi, o un parente, una prozia emarginata dalla famiglia che non vedevamo mai ma con cui sentivamo un’affinità particolare. A volte questo ruolo protettivo lo assumevano racconti di finzione – libri fantasy, fumetti, serie tv che raccontavano di intrepide ammazza vampiri – in cui ci immergevamo dopo scuola o la domenica quando fuori pioveva. Qualsiasi forma abbiano preso – dico, umana o meno umana – queste persone sono ciò a cui penso quando si parla di angeli custodi. Non penso a creature alate che abitano i cieli, o spiritelli nascosti tra i vestiti. Quanto più, alle mie amiche. Perché era questo, che loro tre sono state per me quando ero un bambino. Angeli custodi in carne ed ossa che hanno reso – solo per il fatto di esistere, di esserci, di volermi bene – quella faticosissima cosa che è l’infanzia un po’ meno faticosa. Un po’ meno spaventosa.

Quando penso allo spirito del Pride – anche ben prima di Stonewall – io penso a questa sensazione qui. A questo senso di protezione e appartenenza che ho provato quella sera, con le mie amiche. È quello spirito che vedo nella foto di Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera che ho scelto come copertina di questo articolo. È quello spirito che per me è, in essenza, l’orgoglio queer. La queerness stessa.

Verso la fine della serata la mia amica Giulia mi ha raccontato che sua madre, anni fa, le ha detto di una volta che è tornata a casa da scuola quando era bambina, negli anni in cui facevamo le elementari insieme – o forse l’asilo. «C’è un mio amico, mamma» le aveva detto Giulia, «che mi ha raccontato che non vuole essere come gli altri ragazzi. Vuole essere più come noi. E io lo voglio aiutare».

È coi vostri angeli custodi che vi auguro di festeggiare e celebrare questo Pride. È questo amore estremo – perché non c’è niente di più estremo, niente di più radicale, niente di più salvifico e trasformativo – che vi auguro possa circondarvi oggi, sempre. Qualsiasi forma questo abbia o possa assumere. E alle tre amiche che per prime mi hanno visto – e a tutti quelli e quelle che sono venuti e venute dopo di loro – va una dedica implicita in tutto quello che ho scritto, in tutto quello che scriverò.

Buon Pride ☆

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