Ho fatto un pensiero di quelli, qualche giorno fa. Intendo, quei pensieri che credi siano stupidi e irrilevanti ma che poi, più gli dai ascolto, rivelano profondità inattese. Sono andato a una laurea. Un mio caro amico è diventato medico. Io pensavo che laurearsi significasse genitori commossi, ubriacature e nessun prospetto lavorativo. Invece ho scoperto che laurearsi può anche significare: genitori commossi, ubriacature e sicurezze lavorative. Ad aggiungere meraviglia alla giornata, c’è stato il pensiero che ho fatto. Sono andato a tantissime lauree negli ultimi anni. Sono, ormai che io e i miei amici viviamo tutti in posti diversi, un modo per ritrovarsi. È stato in quel momento – mentre chiacchieravo con persone che non vedevo da almeno quattro mesi, ovvero dall’ultima volta che uno di noi si era laureato – che ho pensato: c’è un periodo della vita in cui vai a tantissimi diciottesimi, un periodo della vita in cui vai a tantissime lauree e un periodo della vita in cui andremo a tantissimi matrimoni.
Vi avevo avvisato. Non è di certo il pensiero di un illuminato. Per questo all’inizio non ci ho fatto un granché. L’ho detto a un mio amico – e un giorno andremo a tantissimi matrimoni. Lui ha sorriso. E poi poco altro. Ma nei giorni dopo, questa banale riflessione ha lentamente assunto l’aspetto di un’epifania.
Nel film Quattro matrimoni e un funerale (1994), Hugh Grant e il suo eccentrico gruppo di amici trentenni sono condannati a vedere il mondo attorno a loro innamorarsi e sposarsi mentre loro, chi più e chi meno, navigano le incertezze di una vita sfilacciata, precaria, romanticamente disfunzionale. È un film piuttosto divertente, uno di quelli che guardi quando piove e vuoi sentirti coccolato. Ci sono persone che lo detestano e non farò nulla per fargli cambiare idea. Nonostante sia un po’ sullo sfondo – perché per la maggior parte la storia si concentra su Hugh Grant che si innamora di Andie MacDowell, dei suoi giganteschi cappelli e del suo accento americano – la parte che a me è sempre piaciuta è proprio la dinamica di gruppo tra gli amici. C’è qualcosa di molto tenero, e al contempo triste, nel fatto che li vediamo unicamente riuniti durante dei matrimoni (e un funerale, ovviamente di un omosessuale).
Quando l’altro giorno correvo per arrivare in tempo alla laurea del mio amico mi sono ricordato della sequenza iniziale del film, in cui Hugh Grant e Charlotte Coleman corrono e percorrono l’autostrada a duecento all’ora per arrivare alla chiesa. Ho sempre trovato terribilmente consolatorio il momento in cui arrivano in tempo al matrimonio e salutano i loro amici, che sono già tutti arrivati, che li prendono in giro per essere i soliti ritardatari. Anche io quando sono arrivato in ritardo alla laurea, ma appena in tempo per ascoltare la discussione del mio amico – di cui non ho capito niente – e ho visto gli altri, già tutti lì, mi sono sentito improvvisamente felice e appagato.
Piango quasi sempre alle lauree. È molto emozionante vedere persone a cui vuoi bene prendersi quei dieci minuti in cui sono loro, il centro della stanza. In cui dicono le cose che sanno, che hanno studiato. In cui vengono celebrati per la fatica che hanno fatto. Poi vedere i genitori che si commuovono mi spezza il cuore. Ed è vero, come ho detto, che ormai molte persone della mia vita le vedo solo in queste circostanze. Qualche settimana fa ero a un’altra laurea a Venezia, dove ho vissuto tre anni, e rincontrare tantissime amiche mi ha riempito di una gioia immensa. È come fare il pieno di carburante, ricaricarsi assieme, dirsi – mi sei mancata.
C’è un periodo della vita in cui vai a tantissimi diciottesimi, un periodo della vita in cui vai a tantissime lauree e un periodo della vita in cui andremo a tantissimi matrimoni. Non è solo romantico, ciò che ho tratto da questa riflessione. È una frase che origina senza ombra di dubbio da uno stato di privilegio in cui sono immerso, di questo sono consapevole. Avere tanti amici, potersi permettere di laurearsi, sono tutte cose da non dare per scontate. Ma l’automatismo con cui ho pensato a questa cosa ha fatto sorgere in me un senso di malinconia. Avrei potuto immaginare tante cose, e invece il prossimo step era il matrimonio. Come mai? E soprattutto – il matrimonio di chi? È come aver preso un treno durante un attacco di sonnambulismo. Ti svegli e sei a bordo. Il tragitto è prestabilito. Alle fermate si può solo salire, ma non sai come scendere.
Ci sono quei momenti della vita in cui vedi tutto da fuori, come quelle sfere di cristallo che quando le agiti si riempiono di neve. Quei momenti in cui le cose risultano, per un attimo, chiarissime. E muori di terrore. Ho sempre creduto nella possibilità di vivere in modo anti normativo. Fuori dai margini, qualsiasi cosa significhi. Non ho mai desiderato essere un eremita, credo di avere troppe ambizioni per quello. Mi riferisco a una possibilità del vivere che saboti, in modi più o meno piccoli, più o meno radicali, le convenzioni. Sono una persona queer e femminista e frequento per la maggior parte persone queer e femministe – credere nell’utopia e nella rivoluzione ha fondato la mia formazione politica e universitaria. Negli anni ho detto più volte cose come – l’immaginazione è la chiave della rivolta. E poi mi basta una laurea di medicina per sentire che il prossimo passo sarà sposarsi? Mi sono spaventato. Non lo nego. Mi sono sentito schiacciato, compresso in una traiettoria scelta per me, non so da chi. All’inizio pensavo che la paura fosse questa. La paura delle cose normali, dell’ordinarietà. Invece, in poco tempo, ho capito che fosse legata all’esatto opposto – la paura di non avere mai una vita normale.
Non voglio imputare a una laurea in medicina la colpa di una crisi esistenziale su larga scala. E non credo di avere una vita così pazza e sregolata. Non sono un circense che viaggia per il mondo e vive in un camper (la prima immagine a cui penso quando penso a una vita pazza e sregolata), ma – aldilà della disubbidienza di quando ero più disubbidiente di adesso – mi rendo conto di star scegliendo una vita affatto dritta. Lo vedo già nel modo in cui io e tante persone che fanno quello che faccio io viviamo le giornate. La sensazione è quella di avere infinite possibilità, e quindi di non averne nessuna. Non è una sregolatezza piacevole. È essere consapevoli che a meno che non ci tiriamo su noi, nessuno ci tirerà su. È una cosa che provano tutti a ventisei anni? O posso continuare a crogiolarmi nel sentimento di essere speciale perché ho scelto la vita dell’arte? Lasciatemi almeno questa supponenza, vi prego. Altrimenti cosa resta.
Insomma, sono entrato in quella fase della vita in cui i sogni sconfinati, il desiderio inesauribile di creare, scrivere, costruire, iniziano a incontrare il desiderio – altrettanto ingombrante – di avere una vita ordinaria. Inizio a sentire che il mondo attorno a me si innamora, guadagna e vive meglio di me. E inizio, tremate tremate, a desiderare quel benessere.
A desiderare quella stabilità. La casa nella prateria. Come Hugh Grant. Che vede che tutti si sposano e vuole sposarsi anche lui. Ma non sa bene se a muoverlo sia il fatto che tutti si sposano, o se sia un desiderio autentico. Gli piace vivere con la sua coinquilina punk come due Peter Pan? Forse sì. Ma poi va in chiesa e vede che c’è tutto un altro modo di stare al mondo e un po’ lo vuole anche lui. Com’è desiderabile quello che non abbiamo. Specialmente quando vivi nel limbo, quando sei più vicino ai trenta che ai venti e tutto è simultaneamente possibile e irraggiungibile, quando tutti ti dicono che hai ancora tutta la vita davanti e tu ti senti di essere già terribilmente in ritardo per qualsiasi cosa.
E comunque i matrimoni mi piacciono. Mi piacerebbe andarci più spesso. Non vedo l’ora di essere testimone di qualche mia amica. Di ubriacarmi alle loro nozze e fare un discorso commuovente durante la cena. L’unico svantaggio di frequentare per il novanta per cento femministe e persone queer è che con molta probabilità non ci sposeremo mai. Ma ci concedo di cambiare idea. In fondo crescendo si diventa sempre più conservatori. Almeno lo spero.

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