Eventi recenti mi hanno portato a esigere da me stesso un rallentamento. Nel mondo in cui viviamo rallentare è come mettersi a dieta dopo Capodanno. Una promessa che ti fai, un mantra periodico che esiste solo per essere infranto.
Sono del segno dell’Ariete. Se mi metto in testa una cosa, la devo portare a termine. Almeno finché non inizio ad annoiarmi. Quella di rilassarmi è diventata una missione che ho preso in modo terribilmente serio. Ho archiviato chat di gruppo in cui le persone scrivevano troppo, ho eliminato l’app di Instagram, ho iniziato a fare passeggiate in giro per la città col preciso scopo di camminare e basta senza comprare nulla. Per carità, sono riuscito ad avere, sovente, i miei momenti epifanici. La luce primaverile che si spezzettava tra le foglie di un albero, un gatto randagio che mi ha guardato intensamente portandomi quasi alle lacrime, la musica della mia band preferita mentre andavo in bicicletta – cose così.
Ma in pochissimo tempo mi ripartiva l’irrequietezza. Il cuore batteva, accelerato, la testa iniziava a girare e pensavo a tutte le cose che volevo – o dovevo – fare. Il mio cervello tornava velocemente a essere una sorta di disorganizzato documento Excel con l’ADHD.
Il fatto che io non scriva un articolo qui da novembre non è un riflesso del mio desiderio di rallentare, ma del suo opposto. Quando ho cominciato – ho scritto ben due articoli, mi venga dato credito – desideravo trovare un argomento a settimana di cui discutere con voi. La verità è che è impossibile scegliere una cosa di cui parlare a settimana, a meno che io non faccia, unicamente, il gioco di raccontarvi i fatti miei. A quel punto sì, ci sarei riuscito, esponendomi a racconti eccessivamente intimi. Certo, il sottotitolo di questo blog è chiacchiere tra amiche, ma certe cose è meglio dirle davvero, solo alle amiche. Succedono troppe cose nel mondo. Sono le nove e mezza del mattino e solo da quando mi sono alzato mezz’ora fa fuori dal mio palazzo: c’è stato un incidente, è iniziata una maratona, è passato l’arrotino. Ieri stavo parlando al telefono con un amico e lui mi ha detto – Scusa se senti casino, c’è una manifestazione per Cuba. Io gli ho chiesto – Che cosa è successo a Cuba?
Ora, non c’è niente di male nel restare informati. Io ci provo con tutto me stesso. Ma è il modo in cui le informazioni entrano. È come quei sogni in cui devi andare da punto A a punto B ma nel percorso succede di tutto – il killer ti insegue, ti schianti con la macchina, finisci in un tunnel sotterraneo e poi in una piscina e poi stai volando. Le cose del mondo, grandi o piccole che siano – non so se vi rendiate conto di quanto abilmente stia riuscendo a intrecciare un testo in cui coesistono Cuba e l’arrotino – ci arrivano addosso come perenni deviazioni di percorso. Distrattori inattesi che contribuiscono all’incessante rumore di dentro.
È tutto cominciato con un sogno. Ho raccontato questa cosa a tante persone, alcune delle quali leggono questo blog. Scusatemi se mi ripeto. Quando faccio un sogno profetico lo rendo il centro della mia personalità per settimane. Ho sognato un asino. Era vecchio e malconcio e lo facevo dormire assieme a me. Nel sogno c’era anche la mia amica Eva, che dormiva con me e l’asino. Un trio di esaurite che cercano di dormire (scusa Eva). Mi ricordo il respiro dell’asino. Lento e rauco. Lo abbracciavo da dietro, avvolgendogli il corpo col braccio. Mi sono svegliato in lacrime. Qualcosa di quell’animale mi ha spezzato il cuore. La mia amica Melissa mi ha aiutato a capire che l’asino fosse la parte di me di cui dovevo prendermi cura. Una parte stanca, che lavora troppo, di cui gli altri si approfittano. Per giorni, dopo la sua manifestazione mistica, ho intrattenuto conversazioni col mio asino interiore. E poi, dopo che gli ho raccontato del sogno, il mio amico Andrea mi ha regalato il pupazzo di un asino. Lo tengo vicino al cuscino e lo guardo da settimane prima di dormire e dormo sonni profondi.
Mi sono chiesto se viviamo in un’epoca in cui sia ancora possibile compiere atti radicali. E non mi riferisco alle manifestazioni per Cuba. Intendo – quanto può durare un’iniziativa che come precipua ragion d’essere ha quella di sovvertire le regole del tempo?
Siamo nell’epoca della velocità, e altre cose simili che le persone dicono (Antropocene etc.). Quanto può durare la missione di rallentare? Quanto riusciamo veramente a farcela, prima che il buco nero ci risucchi di nuovo? Chiacchierare col mio asino mi ha portato a farmi queste domande. Quindi già qualcosa è cambiato. La consiglio come strategia, se foste in cerca di pratiche magiche per respirare più lentamente. Ma, aldilà della forma che può assumere il vostro asino, vi chiedo – in modo per nulla retorico, perché io la risposta non ce l’ho – se e come affrontiate, voi, il turbine inarrestabile di immagini, violenza, stravolgimenti radicali e arrotini che è il nostro presente. Lo so che il presente è un concetto relativo, ma ci siamo capiti. Non so se questa sarà soltanto una fase, o se durerà più a lungo. Il desiderio è che duri, pur concedendole di mutare, e cambiare forma. L’altro desiderio è di scrivere qui più spesso. La domenica è un giorno perfetto per chiacchierare con calma. Prometto alle poche anime che mi leggono che ci proverò. Ma credo che questa promessa serva più a me che a voi.
Ad ogni modo. Anche se presto dovessi tornare a essere un ventiseienne nevrotico che subisce il peso e la caoticità del nostro tempo, lo accetterò. Mi ritroverò a fare doom-scrolling su Instagram e a chiedermi come sia possibile che siano già passate due ore da quando ho cominciato. Non ha sempre senso opporsi in modo radicale. A volte ci porta a schiantarci. Quando avevo diciannove anni, al primo anno di triennale, mi ero messo in testa che avrei mollato l’università e sarei andato a gestire un bed and breakfast nello Yorkshire assieme a due vecchietti inglesi di nome Lisa e Mark. Volevo sottrarmi dal caos, e fare un lavoro che mi sporcasse le mani (probabilmente pensavo che un bed and breakfast in campagna fosse molto sporco, non lo so). I miei mi hanno detto – Non ci pensare nemmeno abbiamo pagato il primo anno di retta e resti almeno fino all’estate. Ho pianto e imbastito discorsi vagamente anticapitalistici. Sono rimasto all’università. Un mese dopo è scoppiata una pandemia globale. Proprio nel periodo in cui sarei dovuto essere nel mezzo della campagna inglese con due ultrasettantenni. Non sto cercando una morale in questo ricordo, ma lo condivido con voi. Nutrimento per l’asino.

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