Nelle ultime settimane sono successe due cose importantissime di cui voglio raccontarvi. La prima è che ho letto Mother Mary Comes to Me (Il mio rifugio e la mia tempesta, ed. Guanda), il nuovo romanzo di Arundhati Roy. È un memoir in cui ricostruisce il complicato rapporto con sua madre e quasi sessant’anni di storia indiana. Arundhati Roy è una delle mie scrittrici preferite e leggere il libro mi ha riportato a quando da piccolo passavo la domenica incollato alle pagine senza staccarmi un attimo perché non riuscivo a smettere. È un romanzo difficile, che espone il più estremo dei legami d’amore. Fa anche molto ridere a volte.
La seconda cosa che è successa è che ho iniziato a riguardare La Signora in Giallo. Mi ha preso così, ingozzato dall’algoritmo di Instagram che mi ha riproposto alcune vecchie clip della serie che da bambino, spaventato, guardavo assieme a mia nonna il pomeriggio dopo scuola su Rete 4.
Queste due entità, il romanzo di Arundhati Roy e La Signora in Giallo, sono correlate. Lasciate che mi spieghi.
Oltre a delineare in modo fortissimo il legame violento e ineluttabile con sua madre, una buona parte di Mother Mary Comes to me (me la tiro perché l’ho letto in inglese, pappappero pappappà) è dedicata a raccontare la militanza politica di Roy. I suoi saggi li ho sempre letti con fervore, ma in questo libro si rende ancora più chiaro il legame vincolante con la propria terra e l’impatto che lei ha avuto come scrittrice da dopo l’uscita de Il dio delle piccole cose, il suo primo romanzo, nel 1997. Non per sembrare uno di quei nostalgici che parlano di come una volta si stesse meglio, ma da scrittore nel 2025 leggo come fossero reperti paleolitici le storie di un tempo recente in cui degli scrittori e delle scrittrici importava a qualcuno. Non parlo solo della gloria, ma anche del pericolo. Roy ha sempre detto cose scomode, per il suo paese, per il mondo. Ha sempre illuminato le violenze, i massacri, le corruzioni del potere. Hanno cercato più volte di condannarla e incarcerarla (una volta ci sono riusciti). Ogni saggio o romanzo che pubblicava le portava minacce di morte.
Scomoda, in un modo un po’ differente, era anche Jessica Fletcher. La scrittrice di gialli interpretata da Angela Lansbury. Ogni puntata un crimine diverso. Che è il motivo per cui l’adorabile – e iconica, brillante – signora Fletcher ha acquisito negli anni la nomea di uccello del malaugurio. Dovunque andasse – e in dodici stagioni e 264 episodi ne ha visti di posti – veniva commesso un omicidio.
Arundhati e Jessica mi fanno pensare a tante cose. Sul ruolo di chi scrive.
Lo so, sembra che stia scrivendo per dire a tutti quanto importanti siano le persone che fanno quello che faccio io. Ma in realtà sto scrivendo per constatare il contrario. Cioè che oggi nessuno ha più paura di noi.
E di questo mi dispiaccio. Certo, non vorrei mai ricevere minacce di morte. Ma non mi dispiacerebbe essere pericoloso e utile come la Signora Fletcher. Pericoloso perché dovunque vada semino scompiglio. Utile perché ho delle innegabili competenze pratiche che mi permettono di individuare verità dietro crimini e misfatti.
Arundhati Roy e il suo nuovo libro ci ricordano dell’importanza – non retorica, non melensa, non autoreferenziale – di una letteratura dissidente in un tempo storico (cioè, La Storia) in cui a regnare sono totalitarismo e populismo. Ci ricordano, in un modo terribilmente incarnato e vissuto, di quanto possa essere pericoloso scrivere e di quanto possa essere pericoloso leggere.
Questa non è un’invettiva retorica contro un pubblico a cui non frega più niente dei libri o verso un’industria impigrita che ricicla idee inseguendo bagliori di notorietà. Sono qui per fare domande: Quando abbiamo smesso di fare paura? C’è un modo per tornare lì?
Forse la responsabilità non va sbolognata nelle mani dei lettori e delle lettrici, e nemmeno dell’editoria, dei poteri forti e della soglia di attenzione di Tik Tok. Forse tocca a noi. Avventurarci in ciò che è scomodo. Senza filtri e senza paura. Indossare una maschera di Halloween e prepararci all’agguato.
In una scena della prima puntata de La Signora in Giallo la Signora Fletcher si veste da fatina a una festa in maschera. Il suo editore – che, spoiler, si rivelerà essere il killer dell’episodio – le fa i complimenti per il costume e lei risponde: «Sono la fata di Cenerentola. Esprimi un desiderio».
«Pubblicare tanti romanzi di Jessica Fletcher» dice lui.
Al ché lei ribatte: «Oh per questo non serve la magia. Devo sgobbare io».
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